Campania Segreta: Avella

Scritto da Luca Murolo Il . Inserito in Linea di Confine

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Continuo ad usare questo titolo perché ormai Campania Segreta è diventata una rubrica, ma questo articolo potrebbe avere vari nomi, soprattutto, visto che sono tre gli argomenti di cui parlerò nelle prossime righe, potrei provare a rubare il titolo ad un famoso romanzo: Triple.

Qualche settimana fa, per l’esattezza era il 5 di settembre, vado a vedere il concerto dei Baustelle ad Avella. Devo confessare che la band non la conosco, ma ad attirarmi è la partecipazione dell’Orchestra Napoletana Jazz, che invece conosco ed ho già avuto il piacere di ascoltare altre volte. Sono curioso, quindi vado.

I Baustelle sono un gruppo toscano, fondato nel 1996 da due chitarristi: Francesco Bianconi e Claudio Brasini, che in un secondo momento accoglieranno la polistrumentista Rachele Bastreghi. Il nome è tedesco, e vuol dire cantiere, a significare che il sound della band è in continua evoluzione. Più Matia Bazar che Massive Attack, cominciano immediatamente con sonorità accattivanti a riscaldare il pubblico, che per la maggior parte, me ne accorgo da come acclamano i diversi brani, li conosce. L’uso di moog e mellotron, a me, musicalmente figlio degli anni settanta, mi affascina e richiama alla mia mente gruppi storici come King Crimson e Moody Blues, e la nostrana Premiata Forneria Marconi. Poi scoprirò, documentandomi, che non a caso hanno inciso nella sala di Mauro Pagani, storico membro fondatore della PFM. Francesco e Rachele sono due istrioni, due veri mattatori. Il concerto è più che piacevole, francamente bello, ma raggiunge il culmine quando comincia a suonare con loro la ONJ. Il mescolarsi dei due suoni, questo sincretismo tra due stili diversi, che è poi quello che hanno sempre cercato Bianconi e company, è affascinante. Il sax di Marco Zurzolo e la tromba di Mauro Sannini su tutti, solo per nominarne due senza togliere niente agli altri componenti, uniti al rock-fusion dei Baustelle, è pura magia. E la notte diventa veramente magica guardandosi attorno, perché il tutto si svolge all’interno di un antico anfiteatro romano.

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L’anfiteatro di Avella.

Avella città d’arte, leggo all’ingresso del paese quando ritorno pochi giorni dopo per approfondire la bellezza del posto e guardare meglio sia l’anfiteatro, che altro. E me ne ero accorto già dalla sera del concerto, perché prima ancora di entrare nel paese, avevo notato una bella chiesetta, ma poi, attraversandolo per raggiungere il luogo del concerto, passavo tra bei palazzi e stradine interessanti, che mi avevano fatto venir voglia di ritornare, ed eccoci qua. Abitata già in epoca antichissima, sono stati ritrovati reperti risalenti all’età del rame, è meta delle prime colonizzazioni greche nei territori della Campania. Poi abitata dagli Osci e dai Sanniti, come tutti i monti del Partenio alle cui falde sorge, diventa presto crocevia tra il Tirreno e l’Adriatico, come testimoniano i vari ritrovamenti di vasellame e artigianato provenienti da varie regioni. Del periodo Romano sono le testimonianze più imponenti, quali appunto l’anfiteatro, costruito in “opus reticolatum” di tufo, e numerose ville patrizie e le tombe di una necropoli, simili in tutto e per tutto a quelle ritrovate nella vicina Nola, a Pompei, Puteoli, Cuma, e le altre grandi città romane della regione. Notevole l’”imago clipeata”, una sorta di edicola, di un importante personaggio cittadino, Lucio Sitrio Modesto, incassata nella parete della chiesa di San Pietro, come ne possiamo trovare a Capua, e ne abbiamo documentate, proprio su questa rubrica, anche a Presenzano e Teano. La città romana va lentamente spopolandosi, in seguito alle scorrerie barbare, come quella di Alarico che distrusse Nola. Nel VII secolo i Longobardi, su di una collina che domina la città, costruiscono una fortezza, dedicata a San Michele, situata in quella posizione strategica di cui abbiamo già parlato, che controlla traffici e commerci tra il Tirreno e l’Adriatico. Il castello subirà, nell’833 un imponente attacco dai Saraceni, che all’epoca si spingevano così all’interno nella penisola italica, e le sue mura furono rinforzate dai Normanni. Durante recenti scavi archeologici, sono state rinvenute mura megalitiche ancora più antiche, attribuite ad un antecedente tempio dedicato ad Ercole, come nelle vicine Cimitile e Montesarchio. La nocciola, qui coltivata sin dagli albori della storia, ha rivestito una tale rilevanza, che l’etimologia della parola del frutto, in varie lingue neo-latine, deriva dal nome stesso del paese, infatti in Spagnolo si chiama “avellana”.

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Bella Avella!

E qui rubiamo di nuovo un titolo, ma ad un film comico: “…se si potesse vedere”! Trovo tutto chiuso. Dopo una salita vertiginosa su di una stradina sterrata, il Castello di San Michele è recintato ed inesorabilmente chiuso. Come è chiuso l’anfiteatro, e dopo una ricerca non semplice di qualcuno che mi possa dare spiegazioni, mi dicono che si può visitare solo dietro appuntamento. Se mi devo congratulare con l’amministrazione per l’uso del sito per attività ricreative e culturali, come del resto si fa da anni anche a Paestum, in altri anfiteatri e persino nell’area delle basiliche paleocristiane di Cimitile, non posso fare a meno di chiedermi perché simili meraviglie debbano restare chiuse e sconosciute alla maggioranza dell’umanità. Mi rispondo da solo, è sempre la stessa storia della mancanza di fondi, ma da solo cerco di trovare un’idea alternativa, magari fantasiosa per permettere una sorta di guardiania continuata, a questi ed altri luoghi che spesso incontro, durante i miei pellegrinaggi, chiusi. Irrimediabilmente chiusi. Magari studenti, con una paga simbolica e un punteggio in graduatoria, per qualche concorso che li incentivi ad un lavoro pagato due lire(neanche due euro), servizi sociali, sanamenti di cartelle esattoriali, e che altri provino a contribuire con idee creative a costo zero o molto vicino allo zero. Che soprattutto le conquiste sociali di ieri, non siano le palle al piede di oggi.

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