A proposito della necessità di un congresso da parte del PD

Scritto da Paolino Trinchese Il . Inserito in Il Palazzo

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L’attenta lettura dell’analisi di Francesco Pastore sull’esigenza del congresso del PD suscita indubbiamente la voglia di confrontarsi sulle valutazioni poste e sulle proposte date per dare una risposta all’elettorato di sinistra e del PD.

Naturalmente concordo sulla necessità di avere un congresso in tempi brevi, ma il problema è quello di avere un “congresso vero”, un congresso che affronti i contenuti di un’azione politica che si è affievolita nel tempo. È come se si fosse esaurita la “spinta propulsiva” del Lingotto, mentre è proprio lì che dobbiamo ritrovare le ragioni del Partito.

È chiaro che la nostra prospettiva non è guardare a LEU per ricostruire una Sinistra moderna e una sinistra di governo che possa rappresentare un’opportunità per questo Paese.

Francesco ripercorre, ed è anche giusto farlo, la storia degli ultimi anni della società italiana e di questo partito in quella società, ma se ci limitiamo a dire «Renzi si o Renzi no» cadiamo nello stesso errore dei rottamatori che, alla fine, hanno solo rottamato, appunto, ma non costruito. L’errore di quella stagione politica è stato individuare in quell’azione, ‘Rottamare’, l’obiettivo, ma non la strategia. Né l’uno né l’altra andrebbe condiviso, ma se almeno si fosse rappresentata quella strategia come una necessità per i contenuti di una visione politica nuova si poteva anche rispettare. Invece, come era logico che succedesse, il percorso si è arenato e con questo anche una classe dirigente.

È anche vero che non si può semplificare e si deve andare indietro nel tempo per verificare quali siano le ragioni di una sconfitta elettorale o di un vero declino politico. Certo, anche le azioni di governi cosiddetti di sinistra possono avere rappresentato condizioni che hanno reso possibile questo un declino del partito e che, però, aveva un orizzonte molto ravvicinato e che perdeva di vista l’obiettivo più complessivo. Anche in quel caso l’obiettivo era «Bersani si o Bersani no». Per rappresentare il tempo ed un’azione politica che lo interpreta e lo indirizza verso prospettive sociali “di sinistra o di destra” bisogna essere soggetti attivi con idee ed azioni. Riportare il debito sotto controllo per poi fare qualcosa di sinistra non deve essere necessariamente sbagliato, perché ridurre il debito può essere anche inteso come un’opportunità per i “non eguali” proprio perché in quella condizione si puo' partire per intraprendere iniziative che possono essere di “sinistra”.

“Nos sumus tempora: quales sumus, talia sunt tempora”: così già diceva S. Agostino. Allora se si vuole interpretare i tempi si pongono alcune domande essenziali: Quale partito adesso? Per quale prospettiva politica?

Di recente sui social è apparsa questa denuncia: «Ho diciannove anni, classe 1996. Sono figlia della crisi economica, della disoccupazione, figlia dell’instabilità politica, della dipendenza da internet, del conflitto israeliano palestinese. Faccio parte di quella generazione cresciuta con i Pokemon , con le videocassette, con albero azzurro, col game boy, con le Big Babol, con Messenger; di quella generazione che ha imparato a contare le monete negli anni in cui si passava dalla lira all’euro, di quella generazione che ,quando in televisione trasmisero in diretta il crollo delle torri gemelle, piagnucolava per l’interruzione della televisione. Siamo la generazione dei “senza”: giovani senza ambizioni, giovani senza lavoro, giovani senza futuro. Siamo la generazione del condizionale presente. »

A questa generazione come parliamo? Ma soprattutto, che diciamo per dare una speranza in cui rivedersi?

Dicevo che bisogna ripartire dal Lingotto, perché è proprio lì che sono dettate le linee di indirizzo per un’azione che ha una visione sociale della politica. Credo che quello che è successo negli anni seguenti può essere ricondotto alle diverse derivazioni politiche che, invece di guardare alle rispettive basi sociali, si sono attardate su esigenze egemoniche che hanno allontanato il partito dall’obiettivo che aveva comportato la sua nascita.

È evidente che oggi, ma anche nel tempo del Lingotto, il cuore pulsante della questione, il grande tema con cui tutti si devono confrontare, è sempre il medesimo: il rapporto con la tecnologia. Un mezzo così potente e divisivo da creare spaccature ovunque, a destra come a sinistra, persino nei fronti che - a prima vista - si crederebbero granitici.

Le tecniche di comunicazione non sono più un problema che riguarda la forma o lo strumento della politica, ma diventano esse stesse sostanza. Questo concetto è stato anche molto argomentato e sostenuto con forza da qualcuno all’indomani del 4 marzo. Ma ci si potrebbe chiedere: basta avere la capacità di relazionarsi attraverso il mondo dei social per affermare una soggettività politica? Come recentemente ha affermato Calimberti, l’universo dei social è pur sempre un mondo virtuale dove ognuno da di se l’immagine che vuole far cogliere e, quindi, un mondo in cui la discussione è viziata da apparenze piuttosto che di sostanza e questo è già negativo nella sfera relazionale umana, figuriamoci nell’azione politica, dove il confronto è vitale.

Proprio su questi temi oggi è molto attivo il confronto tra gli intellettuali di sinistra o di derivazione marxista, che vede da una parte i sostenitori accaniti del progresso, dello sviluppo e dell'avanzamento, mentre dall' altra, ci sono pensatori, a mio modo di vedere, di più ampie vedute, che sono stati capaci di recepire idee provenienti dall' ambito identitario e conservatore.

Farò solo qualche esempio citando il saggio appena uscito in Italia, intitolato “Il nostro comune nemico” Jean Claude Michéa, che rappresenta uno di quei libri che hanno la forza di alimentare passioni. Michéa spiega in poche frasi che cosa sia la sinistra: «Ciò che traduce meglio il senso costante di quest' ultima è la celebre parola d'ordine del maggio '68: "Corri compagno, il vecchio mondo è dietro di te" ("vecchio mondo" nel quale, ironizzava Orwell, l'uomo della sinistra "progressista" potrà includere tanto "la guerra, il nazionalismo, la religione e la monarchia" quanto "i contadini, i professori di greco, i poeti e i cavalli")».

Secondo Michéa l’azione della sinistra finisce per rappresentare una rincorsa verso un’ideologia de «il culto del movimento fine a sé stesso. In mancanza di una causa per cui battersi si celebra la novità». Proprio questa condizione, secondo Michéa rende la sinistra l'alleata perfetta del neoliberismo.

Il limite di un’azione politica affidata esclusivamente alla comunicazione virtuale, proprio viziata da esigenze individualistiche e narcisistiche, è quello di allontanarsi dal mondo reale e finisce per non rappresentarlo, ma neanche di interpretarlo per individuare in maniera corretta l’obiettivo dell’azione stessa.

Naturalmente questa condizione fa sì che un partito che vuole leggere la società ed intervenire per cogliere opportunità di azioni nella direzione sociale che gli è più vicina sul piano culturale e politico.

Secondo Michéa, per riavvicinarsi alle classi popolari e ritrovare un senso, oggi la sinistra dovrebbe affrontare un «cambiamento completo di paradigma». Dovrebbe abbandonare la sua patologica «attrazione per le minoranze», che la spinge a dimenticare i ceti popolari, quelli che, secondo qualcuno, sono «troppo poveri per interessare la destra, troppo bianchi per interessare la sinistra». Occorre superare cioè superare anche un “conservatorismo di sinistra”, senza operare nuove scissioni (sinistra contro sinistra) per tornare sulla specificità originaria di un socialismo originario (operaio), che consiste nell’ “aprire”, cioè nel rendere universale e tradurre in senso egualitario, quell’ «insieme di abitudini collettive che sono alla base di ogni cultura popolare»,

Oggi il concetto di sinistra politica e parlamentare, non è più capace di aggregare le masse attorno a un progetto di «uscita dal capitalismo». Ma come è avvenuto tutto ciò? Come è stato possibile cioè che la sinistra abbia smesso di incanalare e fornire risposte all’indignazione della gente comune, appiattendosi sempre più sulle vicissitudini del progressismo borghese?

Credo una discussione congressuale oggi, per un partito di sinistra, debba essenzialmente caratterizzare su alcune questioni fondamentali che caratterizzano la società moderna e cioè:

* Il rapporto delle comunità con i territori,

* Superamento dei spazi in cui sono confinate le nostre percezioni di popolo ed allargare i confini per una più ampia disponibilità umana,

* Capacità di rappresentare strati da sempre ritenuti ostili ma entrati in sofferenza negli ultimi anni (piccoli industriali, artigiani, piccoli proprietari).

Allora: un congresso deve parlare di questo? Questa discussione può essere affidata ad uno strumento di comunicazione virtuale?

Capisco che la sezione o, come si chiama adesso, il circolo può essere uno strumento che non funziona più o superato, ma deve esserci una sede in cui il confronto diretto deve essere possibile! intanto capiamo su quali opzioni!

In questa direzione il segretario del PD deve sempre essere eletto dai cittadini, che possono anche decidere di darmi un segretario che non rappresenti la mia opzione politica?

Allora è chiaro che il congresso è necessario, ma, credo, che non dobbiamo più attardarci su “Renzi si” o “Renzi no” (sinistra contro sinistra) ed approfondire la discussione su questioni che affrontano l’esigenza e l’esistenza stessa di un partito di sinistra, in cui, però, oltre agli obiettivi politici è necessario anche affrontare la questione organizzativa.

Paolino Trinchese

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