Un incubo sopratutto per il Mezzogiorno

Scritto da Mariano D'Antonio Il . Inserito in A gamba tesa

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L'incubo che aleggia sull'economia italiana e colpirebbe sopratutto il Mezzogiorno, è la disaffezione dei fondi d'investimento stranieri verso i titoli di Stato italiani, cioè la svendita o il mancato acquisto dei nostri Btp (Buoni del tesoro poliennali).
 Se ciò accadesse - e il Cielo non lo voglia - la quotazione dei Btp diminuirebbe, aumenterebbe ancora lo spread dei Btp con i titoli della Germania, le banche italiane che hanno in portafoglio in grande quantità i nostri titoli di Stato, dovrebbero ricapitalizzarsi e rallenterebbero sensibilmente il credito a famiglie e imprese. Lo Stato non trovando acquirenti per il debito pubblico, dovrebbe frenare la spesa pubblica e infine sarebbe costretto a bloccare i pagamenti. Stipendi dei dipendenti delle amministrazioni pubbliche e pensioni dovrebbero essere pagati goccia a goccia.

Ne sarebbe danneggiata soprattutto la popolazione del Sud dove l'economia dipende notevolmente dal settore pubblico. Insomma la strategia del governo guidato da Salvini e Di Maio, si rovescerebbe: la promessa di sostenere i poveri tanto diffusi nel Mezzogiorno, anzi l'annuncio di Di Maio trionfante ("abbiamo sconfitto la povertà") si capovolgerebbe nel suo contrario ("è aumentata nel Sud la povertà").

Da che dipendono i pericoli presenti nell'azione del governo attuale? Perchè grava specie su noi meridionali la minaccia di un tonfo nelle casse della amministrazione pubblica? I pericoli e le minacce sono connaturate alla sostanza della manovra della politica economica avviata in questi giorni. E' una manovra fondata su una spesa pubblica in disavanzo, cioè, come anche si dice, una spesa pubblica fatta a debito.

Gli economisti non sono per principio tutti contrari a questo tipo di manovra. A parte i rigoristi ad ogni costo, a parte quegli economisti fanatici del bilancio statale in pareggio dove le spese sono coperte sempre e soltanto da entrate fiscali, i più pragmatici, i più saggi tra gli economisti ammettono che lo Stato possa spendere più di quanto incassa, possa iniettare nelle tasche dei cittadini più potere d'acquisto di quanto ne toglie estraendo dalle nostre tasche il nostro reddito, costringendoci a pagare le tasse.

Gli economisti guidati dall'esperienza e dal buon senso tuttavia sono a favore della spesa pubblica in disavanzo a due condizioni. La prima condizione è che la capacità produttiva esistente, di cui dispongono le imprese e i lavoratori, sia parzialmente sottoutilizzata per cui la spesa pubblica in disavanzo serve a rimetterla in moto facendo lavorare di più gli impianti produttivi e le forze di lavoro esistenti. La seconda condizione è che i tempi della manovra del bilancio dello Stato siano brevi, cioè il flusso di spesa pubblica affuisca sul mercato rapidamente senza trovare ostacoli, ad esempio gli ostacoli di una burocrazia lenta a decidere e ad agire, di norme tortuose e soggette all'interpretazione da parte dei magistrati, di mercati esteri talvolta ostili ad acquistare le nostre merci.

Il guaio dell'Italia è che la prima condizione è territorialmente disuguale: esiste al Nord e al Centro (tranne il Lazio)  mentre non è presente al Sud (incluso il Lazio). In sostanza lo stimolo della spesa pubblica in disavanzo interessa soprattutto l'industria settentrionale mentre non interessa gran partte dell'economia del Mezzogiorno.

Ma il guaio maggiore sta negli ingranaggi arruginiti del settore pubblico, nella lentezza con cui si muove la pubblica amministrazione, nell'ambiguità delle regole vigenti, mentre invece i mercati esteri non farebbero ostacolo all'acquisto dei nostri prodotti perchè l'Italia è dagli anni '60 parte del Mercato comune europeo.

In queste condizioni la scelta del governo gialloverde, del Movimento 5 Stelle e della Lega, di avviare una spesa pubblica in disavanzo, è una scelta molto azzardata.

Tocchiamo ferro e speriamo bene.

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