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Nella peggiore delle ipotesi andrà tutto bene: sfighe, catastrofi e scongiuri degli "ottimisti"

Scritto da Mauro Malafronte Il . Inserito in Il Palazzo

ottimismo pessimo

Nel ritrovo degli ottimisti, giuro, i pessimisti parevano assai numerosi. Sarà l’attesa dell’inizio, pensavo. La faccia dei primi relatori chiamati a conversare sulla “crisi della democrazia liberale”, tuttavia, sembrava confermare esattamente quello che tutti i presenti avevano ben chiaro sin dal primo momento: “ottimismo, un cazzo”.

Insomma, alla Festa dell’ottimismo (organizzata da “il Foglio”, lo scorso 27 ottobre, a Firenze) il pessimismo era di casa. Ed allora anche il maldestro tentativo del direttore Cerasa di distinguere tra “l’ottimismo incosciente” del Governo e l’ottimismo realistico di stampo“Fogliante” rappresentava una risibile giustificazione, per un titolo quanto mai fuori luogo, di questi tempi.

Dato l’equivoco di fondo, la giornata proseguiva all’incontrario, con ottimistiche previsioni di catastrofe e fugaci sprazzi di oblio.

Dopo l’ottimistico cameo del sindaco Nardella (autore di un monologo sul nulla o giù di lì), infatti, i professori Cassese, Panebianco ed Orsina discorrevano ottimisticamente della crisi, ovviamente irreversibile, delle democrazie occidentali.

Una crisi, manco a dirlo, di tipo strutturale: del resto, “non si è di fronte ad una semplice congiuntura sfavorevole” (come negli anni ’70); al contrario, ci si avvicina ottimisticamente allo scatafascio.

Il presidente di Confindustria (il salernitano Boccia), l’ex premier Gentiloni e Tajani (Presidente del Parlamento Europeo) provavano allora a scuotere gli animi, ricordando a tutti che “i cantieri vanno aperti”, che “le opere pubbliche non possono essere le piste ciclabili (come pure il simpatico Toninelli va blaterando), che “non siamo mai stati così isolati in Europa e nel Mediterraneo”.

In particolare, l’ottimista Gentiloni coglieva, nel recente voto tedesco (quello in Baviera, di un paio di settimane fa), il lapalissiano segnale della incapacità della ultradestra tedesca di sfondare, oltre che della tenuta della leadership della Merkel.

Che questi ottimisti non siano tali e che portino anche discretamente sfiga,lo dimostra quel che è accaduto poco dopo.

Sarà un caso, ma la polarizzazione del quadro politico tedesco è stata certificata con il voto domenicale in Assia, con la vittoria del “nuovo bipolarismo” (i Verdi –Grunen- ottengono il 19,8% e l’estrema destra-AfD- arriva al 12%) e la conseguente decisione di Angela Merkel di non candidarsi nuovamente alla guida dei cristiano-democratici al congresso del prossimo dicembre (nel Land di Francoforte, la Cdu non andava così male dal 1966, mentre la SPD ottiene il peggior risultato degli ultimi 70 anni; i due partiti di governo perdono complessivamente oltre il 20% rispetto alle scorse elezioni regionali del 2013; al contrario, Alternative fur Deutschland completa il suo percorso di crescita, essendo ora presente in tutti i parlamenti regionali tedeschi; l’estrema sinistra di Linke, infine, ottiene il miglior risultato della sua storia in Assia).

Tornando a noi, occorre segnalare a malincuore che persino Marco Bentivogli (segretario generale della FIM-CISL) è caduto nell’equivoco dell’ottimismo “fogliante”, scagliandosi da par suo contro il populismo sindacale di Landini e compagnia bella.

L’ennesimo tavolo “tecnico”, infine, sanciva con ottimistica tecnicalità l’implosione del Paese, putrefatto da incompetenza e crassa ignoranza: il quadrumvirato composto dai professori (Cattaneo, Cottarelli, Burioni e Fornero) metteva d’accordo tutti, convincendo anche i più restii (come chi scrive) in platea a mimare gesti apotropaici latamente scaramantici.

Poi, però, arrivano loro, gli ottimisti veri, per scelta o per destino, per mutazione o vocazione, per coerenza o inettitudine: i ministri.

Moavero e Tria, in fondo, rappresentano l’argine istituzionale posto dal Presidente della Repubblica al governo gialloverde.

Sono lì per questo, per rassicurare mercati, banche, istituzioni europee, Moscovici, Macron e chi più ne ha più ne metta; sono lì per garantire raziocinio e buon senso, in luogo dell’ottimismo “incosciente”: un ruolo da loro già in parte disatteso.

Dovendo giustificare un collaborazionismo istituzionale mai tanto azzardato, non beccano un applauso, se non di rado; eppure i due ministri tengono botta, rigettando al mittente le ottimistiche domande del Direttore.

Moavero, in un politichese di altri tempi, dice e non dice, finendo per dire poco o nulla, come gli si confà.

“Le scelte del Governo sono state necessarie, perché occorre una vigorosa scossa di modernizzazione per l’Unione”, dice, salvo poi sostenere che in politica estera la “continuità è un valore.” Sul tema delle democrazie illiberali galleggia, sostenendo che forse l’allargamento del 2004 ad ulteriori Stati membri(quelli dell’est) è stato un errore, ma tant’è.

E Tria?

Beh, lui è sereno.

Ritiene che i livelli di spread sono legati alla sfiducia politica che i mercati nutrono nei confronti del governo ( il suo), non rilevando più di tanto i contenuti della Manovra (oramai rimodulati al ribasso), che “non presentano fondamentali di rottura dei conti pubblici.”

Le opere pubbliche vanno fatte ed “i cantieri vanno riaperti”, rincara.

Inoltre, “si creerà una cabina di regia nazionale”, con l’obiettivo di garantire agli enti locali una piena capacità tecnica di programmazione.

Si guarda “con attenzione alla situazione delle banche”, ma per ora reggiamo.

Certo, “questo spread è assolutamente insostenibile sul lungo periodo”, ma per adesso non ci sono rischi.

E così gli interventi scivolano via, tra ottimistiche previsioni e nefasti interrogativi.

Vien da dire che l’argine presidenziale voluto da Mattarella non ha retto, vacillando pericolosamente a causa della “narrazione del cambiamento.”

Il giudizio è forse ingeneroso, ma franco: la Propaganda tracima.

E’ il segno del tempo, il senso profondo di questi primi mesi di governo.

Del resto, “l’ottimismo incosciente” è l’unico ottimismo che circola in questo momento in Italia.

Noi altri, infatti, siamo costretti ad essere pessimisti o gufi, perché privi di una futuribile alternativa: le onde telluriche del voto referendario del 4 dicembre hanno “sgretolato l’edificio riformista”, annichilendo visioni e prospettive.

Si continuano ad utilizzare argomentazioni giuste, ma nella direzione sbagliata, mostrando lacune cognitive di non poco conto.

I riformisti perseverano in un errore di metodo, analizzando l’agire dei nazional sovranisti in una prospettiva meramente nazionale ed evidenziando stancamente che “l’alleanza europea dei populisti non reggerà” (immaginando che il blocco sovranista si sgretolerà dall’interno, per l’esigenza di ciascun leader populista di coltivare il mero interesse nazionale).

Sbagliano, perché la nuova cifra del nazionalismo (sociale o destroso)è la sua dimensione transnazionale, la sua capacità di internazionalizzare il sovranismo nel nome della lotta ai processi di globalizzazione.

Tra le varie “ragioni dell’ottimismo”, infatti, c’è quella che non è emersa nella giornata pensata dal Direttore Cerasa: l’ottimismo spetta a coloro che hanno una visione, un’idea, una speranza, una volontà o financo un destino.

I riformisti, in Italia come in Europa, sono schiacciati dal paradosso di dover riformare senza distruggere, cambiare tutto (o molto), ma allo stesso tempo difendere l’esistente.

Se si esclude la parentesi di Macron (oggi peraltro in evidente difficoltà), la narrazione riformista è farraginosa e pessimistica, mirando a frapporre l’ultima diga (quella liberale e riformista) alla barbarie dei populisti: non c’è forza propulsiva, non c’è tensione emotiva, non c’è “relazione sentimentale” con il Paese.

Era questa la chiusura ideale della giornata dell’ottimismo: un momento di franchezza, di sincerità con il Lettore, nel nome del buon giornalismo.

Invece, dopo Tria,solo Tria. Vince lui, vincono loro.

La giornata dell’ottimismo, dunque, si conclude con le “nostre” ottimistiche previsioni di un’Italia sull’orlo del precipizio, di un’Europa morente (sempre più eterodiretta da Putin) e di una nuova crisi economico-finanziaria (se non bellica)alle porte.

Nella peggiore delle ipotesi, se avranno ragione loro, invece, andrà tutto bene.