Napoli e i trasporti: una diatriba infinita

Scritto da Antonio Zapelli Il . Inserito in Funiculì, funicolà

ZAPELLI ANTONIO

Se potessimo interpellare tutti i cittadini napoletani tramite un ipotetico referendum e chiedessimo loro qual è il più grande disagio della città, molto probabilmente la situazione trasporti vincerebbe con una maggioranza assoluta.
Napoli è, ancora oggi, forse l’unica città con un numero superiore al milione di abitanti, a non avere un’adeguata rete di collegamenti pubblici che consentano spostamenti dignitosi per le persone che ci vivono o per i turisti. Basti pensare solo che la linea metropolitana che funziona “meglio”, la collinare 1, ha una media di attesa tra una corsa e l’altra di circa 10 minuti. E stiamo parlando dei giorni feriali…meglio non citare i festivi. La linea 2, gestita ancora da Ferrovie dello Stato, è una bolgia per tutti quegli studenti o lavoratori, che ogni mattina, con grande pazienza, dalla stazione centrale devono recarsi nella zona “flegrea” della città: Fuorigrotta e Bagnoli sembrano miraggi irraggiungibili da piazza Garibaldi. Che dire poi della zona alto-borghese del corso Vittorio Emanuele, all’apparenza dotata di ben tre fermate: funicolare di Montesanto, funicolare Centrale e fermata metropolitana di Mergellina. Qui il problema è che tre diverse stazioni metro non “apparano”, per usare il gergo delle nostre parti, ad una fermata metro di… Milano, per esempio?

E purtroppo la situazione del trasporto su gomma non è migliore: è di questi giorni la notizia che la linea ANM 150 (che collega il centro della città all’ospedale Monaldi, pardon, che collegava…) non sarà ripristinata. «C'è troppo traffico tra Cappella Cangiani e via Bianchi, ripristinare la linea bus 150 fino al Monaldi sarebbe dannoso per la maggioranza dell'utenza e richiederebbe risorse che al momento non ci sono. Per raggiungere l'Ospedale dei Colli, invece, si può cambiare con le altre linee bus, con passaggi ogni 30 minuti». L'Anm gela il Comune: nessun dietrofront sui tagli alla linea bus 150, che collega piazza Garibaldi alla Zona Ospedaliera, e che dal primo luglio scorso non arriva più al Monaldi, ma si ferma al Cardarelli, costringendo cittadini e pazienti, anche oncologici, a scendere dal pullman e cambiare con altre linee, aspettando ogni volta più di mezz'ora. Si tratta di una delle linee bus più frequentate della città. Sono circa 3mila i passeggeri che ogni giorno usufruiscono della 150 (l'1,2% di tutti i viaggiatori), secondo i dati di giugno dell'Anm. E al momento stiamo citando soltanto i disagi del centro città.

È addirittura inutile scrivere delle zone periferiche (stazione metro di San Giovanni a Teduccio completamente abbandonata, R5 unica linea che collega a singhiozzo alcune zone di Scampia al centro città, quartieri come San Pietro a Patierno completamente a secco di mezzi pubblici). E, dulcis in fundo, la compagnia di trasporto pubblico che dovrebbe collegare la provincia alla città, ha debiti per circa 200.000 € con l’ENI, fornitrice di carburante. Se la compagnia petrolifera decidesse di non finanziare più i pullman, a giusta ragione, se abiti in provincia, in un paese in cui non esistono stazioni ferroviarie (come Caivano, Cardito, Crispano, e tanti altri) e non hai un’auto o uno scooter, non puoi arrivare a Napoli. A meno che non ti piaccia andare in bici. Ma dev’essere la tua, sia chiaro, perché anche il servizio Bike Sharing è ormai morto da mesi. Signore e signori, benvenuti nel fantastico mondo delle compagnie di trasporto pubblico napoletano, utilizzate per decenni come calderoni elettorali, luoghi di brogli, scambi e corruzione… e che oggi, e ancora per tanti anni a venire, gravano sugli onesti cittadini di questo territorio, i soliti a pagare il prezzo più alto e a sentire sulla propria pelle solo e soltanto questo: un sistema che non funziona.

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