Casi Ferragamo e Gucci: tutele rafforzate contro le contraffazioni delle grandi

Scritto da Andrea Amiranda Il . Inserito in Vac 'e Press

ferragamo

Con la sentenza n. 26001/2018, la Corte di Cassazione ha affermato che Ferragamo è un marchio «forte» e «rinomato», e dunque va tutelato sia nei confronti di prodotti simili, capaci di ingenerare confusione nel consumatore, sia dal «parassitismo» integrato da chi guadagna sfruttando l'immagine della griffe.

Accolto con rinvio, dunque, il ricorso della casa di moda Ferragamo nei confronti di “Ripani italiana pelletteria” che aveva utilizzato come giunto tra la tracolla e la borsa un gancio che riproduceva la lettera “omega”, registrata come marchio tridimensionale c.d. “Gancini” da Ferragamo.

Stesso ragionamento per il marchio Gucci: la Cassazione, infatti, ha accolto con la sentenza 26000/2018 il ricorso contro una ditta di pelletteria cinese che aveva registrato al posto delle due “G”, contrapposte in senso convergente, due “C”, contrapposte in senso divergente. In questo secondo caso dunque censurando non solo le contraffazioni ma anche i prodotti ispirati «palesemente» alla griffe.

Per la Corte di appello di Firenze però ciò non era sufficiente ad integrare la contraffazione. E infatti, secondo il ragionamento dei giudici toscani, il secondo marchio «pur evocando sfacciatamente il simbolo della Gucci, ne richiamava le fattezze impiegando lettere diverse e con un'impronta generale non graficamente sovrapponibile, con varianti che non potevano sfuggire ai clienti della rinomata casa». Per cui «i prodotti dello Shaolin, non comparabili per qualità, non erano intesi a proporsi come “Gucci”, ma “tipo Gucci”, sfruttando la celebrità altrui, in tal modo esaltandola e non già svilendola».

Tale ragionamento è stato bocciato dalla Cassazione, che ha affermato che la Corte territoriale «laddove sembra valorizzare l'intento evocativo della celebre casa “Gucci” perseguito dallo Shaolin con i suoi prodotti di pelletteria definiti “alla maniera di…”, trascura di valutare se ricorra il “nesso”» e «decisamente oblitera che più l'evocazione del marchio anteriore ad opera del marchio posteriore è immediata e forte, più aumenta il rischio che l'uso attuale o futuro del marchio posteriore tragga un vantaggio indebito dal carattere distintivo o dalla notorietà del marchio anteriore o rechi loro pregiudizio». Senza neppure procedere alla concreta disamina delle «tre possibili violazioni», e cioè il pregiudizio del carattere distintivo, della notorietà e infine il vantaggio indebitamente ricevuto.

Tornando invece al caso Ferragamo, per la Corte d’Appello di Milano, la contraffazione andava esclusa in quanto vi era soltanto una «”lontana somiglianza” che non faceva sorgere il rischio di confusione per il pubblico». Inoltre il gancio contestato aveva una «funzione strumentale» e non «ornamentale» come per Ferragamo. Un argomento quest'ultimo respinto dalla Cassazione in quanto non decisivo.

Nel caso di «marchi rinomati», precisano i giudici di legittimità, la tutela scatta per il pregiudizio al carattere distintivo, alla notorietà e infine per il vantaggio indebitamente tratto dal carattere distintivo o dalla notorietà. Nel dettaglio, «il pregiudizio al carattere distintivo del marchio che gode di notorietà, indicato anche con il termine di “diluizione”, si manifesta quando risulta indebolita la sua idoneità ad identificare i prodotti o i servizi per i quali è stato registrato».

«Il pregiudizio alla notorietà, designato anche con il termine di “corrosione”, si verifica quando i prodotti o i servizi per i quali il segno identico o simile è usato da terzo possono essere percepiti dal pubblico in modo tale che il potere di attrazione del marchio ne risulti compromesso». Infine, la nozione di «vantaggio indebitamente tratto dal carattere distintivo o dalla notorietà del marchio», detto anche «parassitismo», va ricollegato «al vantaggio tratto dal terzo dall'uso del segno identico o simile al marchio».

In questo senso, conclude la Corte, la normativa in favore dei marchi notori «integra una tutela per la cui attuazione non è richiesta l'esistenza di rischio di confusione per il pubblico, contrariamente all'art. 5, n. 1, lett. b), della Direttiva, destinato ad applicarsi solo quando questo rischio ricorra». Le Corti di appello di Milano e di Firenze, dunque, dovranno riaffrontare entrambe le questioni valutando se ricorrono «i presupposti concernenti la tutela del marchio rinomato e del “nesso”, cioè di un certo grado di somiglianza tra il marchio ed il segno, a causa del quale il pubblico interessato mette o può mettere in relazione il segno ed il marchio, stabilendo appunto un collegamento tra gli stessi quand'anche non confondendoli, a cui va ricollegata l'applicazione della tutela del marchio rinomato». E accertando - sulla base delle prove prodotte dal titolare del marchio che si ritiene pregiudicato - «se nel caso specifico ricorra almeno una delle violazioni sanzionate, e cioè un pregiudizio alla distintività, ovvero un pregiudizio della rinomanza e notorietà del marchio, ovvero se vi sia stato il conseguimento, anche potenziale, di un indebito vantaggio connesso all'illegittimo uso del marchio posteriore, avuto sempre riguardo al pubblico di riferimento».

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