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Il mondo ci chiede ideali e radicalità: quali risposte?

Scritto da Giovanni Oliviero Il . Inserito in Il Palazzo

OLIVIERO

Il quattro marzo oramai sembra - secondo alcune narrazioni- solamente un brutto ricordo che man mano scomparirà. Basti pensare che analizzare le macerie elettorali che la Sinistra ha raccolto otto mesi fa è vista come una «nugae», una cosa di poco conto e che a cercare di dare dei nomi, dei punti che hanno dato vita a quel deludente risultato si viene bollati come «elitari e piagnucoloni». Ma purtroppo non si fa altro che posticipare il problema alla prossima tornata elettorale che potrebbe rappresentare il tramonto definitivo della Sinistra.

Le possibilità del tramonto ci sono tutte: ne è dimostrazione il fatto che raramente ci siano Governi con un consenso sociale così ampio, trasversale ed impermeabile ad ogni elemento di contraddizione manifestatosi, il continuo richiamo a dolorose parentesi storiche che non fanno altro che dimostrare una stolidità storica e cognitiva o l'assenza di un'opposizione credibile e popolare, troppo spesso giustificata con l'assenza di «opinione pubblica» che ad ogni uscita non fa altro che aumentare il consenso verso l'esecutivo dimenticando che l'opposizione è un ruolo che va giocato bene, tenendo conto di difficoltà e intemperie varie,costruendo seriamente una nuova proposta politica. E poi ci sono i miserabili, quelli che si augurano la rovina del Paese per poter dire di aver avuto ragione: sono questi i primi che dovrebbero tenersi fuori da ogni percorso di ricostruzione. La verità è che il quattro marzo non è mai passato. È una costante in cui oggi le forze della Sinistra vivono. Questa costante, tra le tante cose, ha dimostrato che il mondo oggi non è più interessato a dicotomie o trattini vari ma chiede radicalità: una radicalità che oltre Manica e nella penisola Iberica è riuscita a far nascere una speranza tra le giovani generazioni e tra quei settori che la sinistra in Italia in questi anni ha perso:un altro punto da fissare tra quelli della sconfitta: se per anni la Sinistra fa la Destra, scompare. Un'idea di radicalità che anche i giovani inglesi chiedono votando in massa per il Labour dimostrando la bontà del progetto.

Non v'è dubbio che gran parte dei giovani il quattro marzo abbiano dato il loro voto al Movimento, delusi dai circoli dirigenti ormai stancamente governanti chiedendo una «rivoluzione», che purtroppo per loro si è annacquata dopo che, con la complicità di una parte della Sinistra (se così la si può chiamare), il Movimento si è spinto nelle braccia della peggior destra, quale la Lega. E allora tocca a noi recuperare quei giovani, tocca a noi dargli una speranza. È ovvio che in condizioni attuali siamo impossibilitati a chiedere il voto anche ai nostri familiari. Ed è per questo che abbiamo bisogno di radicalità, declinandola in proposte che mettano al centro la lotta alle disuguaglianze e la possibilità di avere un lavoro stabile e duraturo. Proverò a fare alcune proposte: -introduzione di un'imposta patrimoniale:chiedete a un ragazzo che vive in una famiglia monoreddito o dove magari i genitori sono disoccupati se per lui è giusto o meno tassare maggiormente chi guadagna, magari, un milione di euro l'anno; -surtassare il lavoro precario: bisogna incentivare, tramite detassazione, l'assunzione a tempo indeterminato tramite un aumento significativo delle tasse sul lavoro precario, incentiveremo così la nascita di posti di lavoro stabili e duraturi. Sono due proposte che potrebbero permetterci di avviare seriamente una battaglia politica forte che coinvolga giovani disinteressati, ancor (fortuna loro) spensierati o già esasperati facendoli sentire parte di un progetto collettivo che vada alla ricerca di un futuro migliore, magari senza dover per forza maggiore, emigrare o adattarsi. Ma sia chiaro:dovremo essere prima credibili noi e per esserlo dovremo avere degli ideali. Quelli che oggi il «nuovismo de noantri» dicono non esistere più o di essere stati rottamati. Abbiamo il compito di tornare a credere in qualcosa, a sentirci parte di un progetto collettivo che torni a farci emozionare, ad essere quello che diciamo e a dimostrare che il giovanilismo non è altro che la dimostrazione del fallimento dei circoli dirigenti. Dobbiamo dimostrare che se quelli di questi anni sono stati i giovani al potere noi non siamo ancora nati. E fare ciò, può renderci la «generazione di Sisifo» dove anche la lotta verso la cima basta a riempire il nostro cuore.