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Le conseguenze sociali della quarta rivoluzione industriale

Scritto da Francesco Pastore Il . Inserito in Il Palazzo

salario minimo

In tutto il mondo, a causa dell'innovazione tecnologica, si riduce sempre più nel corso degli anni la domanda di lavoro a parità di prodotto. La 4a rivoluzione industriale, o Industria 4.0, come è stata chiamata in Germania per la prima volta nel 2011, comporta un’accelerazione dei processi di innovazione in diverse direzioni, tutte risparmiatrici di lavoro e in particolare di lavoro a bassa e a media qualifica professionale.
I cambiamenti che sono più avanti e visibili sono la robotizzazione della produzione in fabbrica e la digitalizzazione del consumo. Seguiranno in un tempo non lontano la robotizzazione anche dei servizi di cura alla persona e una serie di altre attività lavorative.

Le fabbriche sono ormai quasi tutte completamente robotizzate ed automatizzate, facendo scomparire progressivamente la classe operaia. La digitalizzazione del consumo sta già rendendo visibile la scomparsa della classe media dei commercianti prima e poi anche degli scaffalisti, cassieri e altri operatori della grande distribuzione organizzata che cede il passo allo shopping online e, quindi, ai cosiddetti platform workers, i riders, e gli autisti di Amazon, come già discusso in un precedente editoriale. il lavoro dei call centers comincia già ad essere sostituito dai robot che diventano segreterie telefoniche interattive capaci di interpretare le richieste dei clienti e smistarle nel modo più efficiente senza la presenza di operatori.

Insomma, diventa sempre più vicino alla realizzazione il sogno o, se si vuole, l’incubo ottocentesco della fabbrica totalmente automatizzata. Già ci sono esempi in quasi tutti i rami della produzione. Basta cercare su google.

In passato, il sindacato, il cui sviluppo era anche favorito dalla concentrazione di una massa enorme di lavoratori in fabbrica riusciva ad imporre che una parte del plusvalore fosse redistribuito anche a favore dei lavoratori, mantenendo i salari alti e crescenti. Oggi, i nuovi metodi di produzione portano ad una dispersione dei lavoratori nelle diverse imprese sempre più automatizzate. Ciò certo non favorisce il sindacato che non riesce più ad imporre una redistribuzione a favore del lavoro.

La conseguenza è non solo una crescente disoccupazione, soprattutto giovanile, ma anche una forte precarizzazione del lavoro, con una preferenza sempre più forte da parte delle imprese per i contratti di lavoro temporanei,e, manco a dirlo, una riduzione sempre più forte e preoccupante dei salari medi. Viene meno anche il concetto di salario di sussistenza che era l’ancora verso il basso che le imprese erano costrette a seguire dal settecento fino ad anni recenti per retribuire i propri lavoratori. Dovevano pagare loro un salario almeno in grado di assicurare la sopravvivenza dei lavoratori e della loro prole. Questo era il senso della parola “proletario”.

Ai “proletari”, si sostituiscono sempre di più in tutte le economie avanzate i working poor (poveri che lavorano), lavoratori che percepiscono un salario al di sotto della soglia di povertà o di sussistenza. Non è un caso raro sentire di lavoratori costretti a lavorare 8 ore al giorno in call centers o in altri lavori a bassa qualifica per 300-400 euro al mese, un salario inferiore alla sussistenza propria, per non parlare della prole.

Ne segue che i figli diventano un lusso e la sostituzione dei proletari con i working poors contribuisce a spiegare il calo drammatico del tasso di fertilità, al netto degli immigrati. La società appare sempre più polarizzata fra una proprietà dei mezzi di produzione sempre più ricca ed inarrivabile ed un lavoro altamente professionale che detiene quote crescenti di reddito e di ricchezza, da un lato, e una massa vieppiù crescente di working poor, dall’altro lato. La classe operaia e la classe media scompaiono giorno dopo giorno.

È da questi dati che parte anche la riflessione di Beppe Grillo, il fondatore ed ideologo del M5S, quando propone il reddito di cittadinanza. Il M5S propone che il reddito sia redistribuito attraverso la fiscalità generale, anziché attraverso le imprese e il mercato. Va dato il merito a Grillo e al M5S di essersi accorti del problema prima della sinistra tradizionale, sempre più a braccetto con le élite e lontana dalle classi più deboli che costituiscono da sempre il suo elettorato. Il reddito di cittadinanza può essere certamente una risposta, ma è una risposta che considero profondamente sbagliata. Non può certo essere la soluzione nel lungo periodo. Inoltre, vale per chi il lavoro non ce l’ha, non per i poveri che lavorano.

Piuttosto, occorre tornare a chiedersi perché i sindacati non riescono più a imporre alle imprese di pagare almeno un reddito di sussistenza. In parte, l’indebolimento del sindacato è un sottoprodotto delle trasformazioni in corso. La prima causa è la progressiva scomparsa della classe operaia tradizionale.

Peraltro, ciò ha fatto assumere ai sindacati un carattere, in alcuni casi, corporativo. È sembrato sempre più che il sindacato difendesse gli interessi di piccoli gruppi, perdendo di vista l'obiettivo dell'interesse generale, anche semplicemente perché la classe operaia non è più la “classe rivoluzionaria”, per usare il linguaggio di Marx, la classe il cui progresso determina il progresso della società nel suo complesso.

In parte, l'indebolimento del sindacato è anche dovuto alla tendenza dei partiti di sinistra a rifiutarsi di essere loro compagni di strada e di lotta. Anzi, una serie di leggi realizzate dai partiti di sinistra, in continuità allarmante con quelli di destra, ha ulteriormente ridotto il potere di contrattazione del sindacato, limitando il diritto di sciopero e i diritti sindacali in genere. Che fare? Senza sindacati che possano svolgere un loro ruolo, i redditi da lavoro rischiano di cadere sempre più in basso. La quota del lavoro sul PIL è crollata negli ultimi decenni in Italia più che altrove, come ho fatto notare già in un articolo del 2010 su Lavoce.info. Occorre, allora, in primo luogo, ristabilire i diritti sindacali e “costringere” i sindacati a fare l’interesse generale, piuttosto che interessi corporativi. Forse occorre cambiare il modo in cui i sindacati sono organizzati. Non più sindacati di settore e di categoria che rischiano di essere corporativi, ma sindacati rappresentativi di interessi più generali. I sindacati dei disoccupati e dei precari devono andare di pari passo con quelli dei lavoratori. Bisogna tutelare i diritti dei lavoratori, non solo quelli degli occupati. Del resto, i sindacati settoriali ormai hanno sempre meno iscritti. Occorrerebbe forse anche fondere i sindacati confederali, poiché continuare a rimarcare la differenza fra sindacati confederali in una fase così debole del lavoro significa indebolire la rappresentanza del lavoro. Il rischio è che troppi sindacati siano percepiti come parassitari dai lavoratori stessi e dalla società nel suo complesso. Occorre un salario minimo di 780 euro piuttosto che un reddito di cittadinanza. Come ha fatto la Germania da poco e come stanno facendo tutti i paesi del mondo anche nel mondo anglosassone. Per far scomparire la working poverty occorre che le imprese paghino almeno un salario di sussistenza ai propri dipendenti. Il reddito di cittadinanza rende i giovani disoccupati debitori verso la politica, mentre dovrebbero essere ritrovare l’orgoglio del loro lavoro. Poi occorre dare forza e rappresentanza anche ai platform workers, ai riders, e ai lavoratori dei call centers. Bisogna chiedere che siano rispettati i loro diritti di lavoratori dipendenti. I platform workers hanno elaborato una carta dei diritti che va realizzata al più presto.