Il bisogno del positivo nel discorso politico

Scritto da Luigi Santoro Il . Inserito in Letteratura

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In Politica e negazione. Per una filosofia affermativa Roberto Esposito – ordinario di Filosofia teoretica presso la Scuola Normale Superiore – parte da un preciso problema: la mancanza di un’ampia riflessione sul rapporto tra politica e negazione. Sono sempre esistiti, nota l’autore, studi sulla struttura della negazione. A partire dagli albori della filosofia con Parmenide, Platone e Aristotele sino a Hegel, Heidegger e Wittgenstein, la categoria del negativo è stata oggetto di numerose analisi ma a mancare è un discorso organico tra quelle che Esposito chiama «le diverse grammatiche della negazione».

Uno dei principali meriti dell’autore sta proprio nell’essere riuscito a inserire il discorso sulla struttura del “non” in un’analisi di ampio respiro che non si limiti ad ambiti di indagine separati. Per fare questo, nei primi due capitoli del testo, Esposito dà vita a un serrato dialogo con autori come Carl Schmitt, Ferdinand de Saussure, Sigmund Freud ma anche Hobbes, Rousseau e lo stesso Heidegger. Ciò che accomuna costoro è il primato logico e formale del negativo; in Schmitt, ad esempio, la categoria del “Nemico” è quella dominante. Il positivo è definito in base al suo essere un “non-qualcosa” e non se ne può trovare una definizione affermativa. Il discorso di Schmitt si connette a quello di Saussure dove ogni elemento linguistico assume rilievo in base alla propria opposizione con gli altri. Ma se il registro linguistico di Schmitt e quello di Saussure, il quale fa della negatività «il principio portante della linguistica», si servono del negativo alla stessa maniera, allora il negativo già copre due ambiti, quello politico e quello linguistico. La categoria del “Nemico” è una costante sia in Schmitt sia in Saussure sia sul piano metapolitico, nota Esposito, intendendo per metapolitico quei presupposti generali che presiedono alle teorie politiche. Ma anche autori come Freud, Hobbes, a cui Esposito dedica molto spazio, rendono il negativo la trama della psicologia, della politica, aiutano a giungere alla conclusione che, appena l’uomo è stato in grado di ragionare in termini politici, le categorie della politica sono state definite in base alla loro negazione.

Ecco la domanda che Esposito si pone e pone al lettore: è possibile dunque una filosofia (politica) affermativa? Ho trovato a tal proposito di estremo interesse il terzo e ultimo capitolo del testo che si occupa proprio, partendo dal pensiero di Deleuze, della possibilità di «un’affermazione capace di includere anche il proprio opposto». Differenza, determinazione e opposizione sono le parole chiave per compiere questo lavoro. Un secondo, grande merito, di Roberto Esposito è stato dare vita ad un confronto fertilissimo con la figura di Spinoza, secondo cui la determinazione è negazione (omnis determinatio est negatio); ma, secondo le parole di Deleuze «la filosofia di Spinoza è una filosofia dell’affermazione pura».

Uno dei temi fondamentali del libro è il dialogo, non solo di Roberto Esposito con gli autori ma anche degli autori tra loro; così Hegel commenta Spinoza, Deleuze, Kojève commenta Heidegger e via discorrendo. Un insegnamento, quello dell’autore, non semplicemente frontale ma interattivo, dove il lettore può inserirsi nel dialogo tra “grandi”, maturando una propria, consapevole, riflessione circa il negativo, che deve necessariamente riemergere come affermativo; è questa l’urgenza che, infine, il lavoro di Roberto Esposito porta alla luce.

Tags: filoso filosofia politica Roberto Esposito

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