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Campania segreta: Resina

Scritto da Luca Murolo Il . Inserito in Linea di Confine

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Il mercatino di Pugliano, dal nome della strada che lo ospita, meglio noto come Resina, è stato negli anni ’70, il sogno segreto di tutti i giovani della “Napoli bene”. Creato nell’immediato dopo-guerra è probabilmente il mercatino di abiti usati più grande d’Italia, se non d’Europa.
Nato per vendere i surplus di abiti militari americani, compresi quelli rubati dai nostri compatrioti dalle forniture delle truppe d’occupazione, con il tempo ha accolto ogni sorta di abbigliamento usato, di qualsiasi provenienza esso fosse. Così divenne la mitica Resina, dove, in quegli anni, dopo che il jeans era entrato nell’abbigliamento comune, sostituendo “confezionati” e vestiti fatti su misura, era una tappa agognata per chi volesse vestire all’Americana. Le nostre madri, avendo chi più duramente, chi meno, sofferto i patimenti e le privazioni della guerra, non riuscivano a capire come mai i lori figli, figli del benessere e del boom economico, desiderassero fare chilometri, all’alba, per accaparrarsi dei vestiti usati.   

Intanto le prime camicie a quadri, stile far-west, si trovavano a Resina. Come le giacche di pelle sformate, tanto di moda all’epoca, le prime camicie hawaiane, a fiori e palme, e l’abbigliamento veramente originale, si comprava solo ed esclusivamente a Resina. E prima si arrivava e meglio era, l’apertura delle “balle” era all’alba. A molti era proibito andare a Resina.

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Si marinava la scuola, si faceva “filone”, per andare a Resina.
Per me parlare di Resina è un po’ un Amarcord, perché dei vent’anni e più che ho lavorato nel campo dell’abbigliamento, i miei esordi sono partiti proprio da lì. Ero ancora al liceo, che per tirar su qualche liretta (la vecchia e cara lira), compravo balle di camicie,le lavavo, le facevo stirare, e le vendevo agli amici. O ai compagni di scuola. Ed andavano fortissimo, perché la camicia di Resina era “fichissima”. Da più grande, 20-21 anni, ho lavorato per il “re di Resina”, che ciò che io facevo anni prima da studente, in maniera del tutto dilettante, lo aveva trasformato, molto professionalmente, in un ottimo affare. Con lui sono stato a Milano da un grosso imprenditore del settore, di cui ovviamente non faccio il nome, che comprava all’ingrosso il meglio, la prima scelta, e la rivendeva a peso d’oro nei suoi accorsatissimi negozi.
La città è stata chiamata per secoli Ercolano, dall’antica Hercolaneum, che la leggenda voleva fondata da Ercole, ma per volere di Alfonso Nigro, un ex campione olimpico, nel 1969 riprese il vecchio nome di Resina. Il nome, alcuni studiosi, sostengono derivi da Rectina, una ricca patrizia che abitava qui in epoca romana, altri da “recticulus”, il nome delle reti che i pescatori locali usavano. C’è ancora chi sostiene che sia l’anagramma di sirena, lo stemma del casale fino al fatidico ’69.
Il mercatino ha avuto i suoi alti e bassi, ma tuttora sopravvive. Il suo successo è dovuto soprattutto al fatto che merce usata di tutti le provenienze, venga poi convogliata qui. Per lungo tempo arrivavano i vestiti donati in carità in disparate parti del mondo, da parte delle più svariate organizzazioni, che ritenevano più opportuno devolvere in carità il ricavato della vendita degli abiti, piuttosto che gli abiti stessi.

Un bel documentario di Lello Brunetti, “Mitumbe”, che vuol dire balla di pezze in Swahili, descrive l’avventuroso viaggio di una maglietta dalla Germania ad un paesino del Burundi, passando per Resina.
Il fascino del posto risiede nella spontaneità del mercatino, che si svolge lungo la strada di Pugliano, nei portoni, in vecchi casali contadini, perché qui non troppo tempo fa era campagna; tra tubolari innocenti ed impalcature di sostegno, in vicoli dove è rimasto, semi-arrugginito, il cartello di divieto d’accesso: pericolo di crollo. Dopo il terremoto dell’80, per gli ingenti danni alle case, ci fu un leggero stop delle attività, ma poi tutto è tornato alla normalità. Oggi ci sono delle vere e proprie boutiques, dove si possono trovare delle vere “chicche”, dall’abitino di Chanel alla più stramba divisa. Resina è stata spesso saccheggiata dal cinema, fornendo costumi a parecchi film.                                                                                                                                                   

Il suo fascino resta decisamente invariato.

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Tags: Napoli Resina