L'economia di Napoli: un sistema elastico, segmentato, con sprazzi di solidarietà

Scritto da Mariano D'Antonio Il . Inserito in Il Palazzo

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Ingegno, fantasia, flessibilità e molte altre doti personali spiegano perché i napoletani sopravvivono alle avversità e agli ostacoli di una società locale frammentata, di una economia povera, di una diffusa mancanza di lavoro. Napoli è il regno delle attività sommerse, clandestine, non registrate, che si svolgono violando regole, leggi, consuetudini. È anche il luogo dove sopravvive la reciprocità, la collaborazione, che danno vita a scambi informali: non si cedono merci contro denaro ma lavoro in cambio di altro lavoro. Tu mi dai una cosa a me, io ti do una cosa a te, dove per cosa non s'intende un oggetto materiale ma un servizio, una prestazione (tu mi cuci una camicia con la stoffa che ho comprato e io in cambio aiuto per qualche giorno tuo figlio a fare i compiti a casa).

Insomma a Napoli l'economia è un sistema elastico, dove spesso si vendono e si comprano beni e servizi a nero (senza scontrini, senza fatture), gli scambi sono cioè frequentemente sommersi, non registrati. Ma accanto a questi poi ci sono gli scambi sulla parola, che non sono alimentati con passaggi di denaro.

Quando c'è il sommerso le transazioni si fanno con denaro contante. Niente carte di credito, niente assegni, niente cambiali. Quando poi c'è il passaggio di beni e servizi con un accordo di reciprocità, gli scambi sono affidati alla memoria e alla lealtà dei protagonisti.

Un economista che vive a Napoli, sa bene che le sue categorie concettuali, i teoremi che ha imparato e ha insegnato agli allievi, spesso hanno pochi riscontri con la realtà che gli sta intorno. L'esperienza che l'economista compie, come si dice, sul campo, è costellata di aneddoti, di casi che non si trovano nei libri di testo canonici, spesso scritti da studiosi anglosassoni e tradotti in italiano.

La globalizzazione è arrivata anche a Napoli e ha avuto effetti traumatici, distruttivi del piccolo commercio. In un mercatino puoi comprare merci a buon mercato che vengono dai paesi asiatici. Una busta di plastica che contiene alcuni strofinacci di cotone prodotti nel Pakistan (lo dice un semplice nastrino cucito ai bordi della stoffa), la paghi pochi euro e sai che non la troveresti a quel prezzo in un grande supermercato situato a pochi passi. Il venditore che gestisce la bancarella del mercatino, è un giovane che proviene da un paese dell'area vesuviana. Arriva all'alba al centro di Napoli con un camioncino che contiene la sua mercanzia e ne riparte sette ore dopo, in tutto è attivo per più di dieci ore. Il commesso/cassiere del supermercato invece ha un contratto di lavoro dipendente che lo tutela meglio e perciò il suo lavoro costa di più di quanto guadagna il bancarellaro. Le bancarelle del mercatino e la gestione del supermercato sono due universi separati, non comunicanti, non operano in concorrenza l'uno con l'altro. Qualità, costi e prezzi dei prodotti praticati dagli operatori del mercatino e dal gestore del supermercato sono incomparabili e tuttavia coesistono perchè si rivolgono a fasce di clienti eterogenei.

I mercati di Napoli sono segmentati secondo il potere d'acquisto degli acquirenti: gli acquirenti più poveri devono accontentarsi di prodotti di qualità modesta, mentre i clienti benestanti possono comprare prodotti più raffinati e costosi.

In questo sistema fatto di vasi non comunicanti il pericolo che corrono i clienti poveri, è di acquistare e consumare prodotti nocivi per la salute, ad esempio alimenti scaduti, vestiario trattato con coloranti che irritano e talvolta infettano l'epidermide. Toccherebbe alle autorità intervenire per vietare e sanzionare i venditori superficiali, talvolta avidi, che ingannano e danneggiano i consumatori. Ma nella nostra città le autorità per mancanza di personale e spesso per non turbare l'equilibrio sociale già debole, di fronte agli abusi dei dettaglianti disonesti o superficiali non vedono e non ascoltano i casi più vistosi del malaffare.

Napoli in questi primi anni del nuovo secolo si è impoverita: la città è stata travolta dalla crisi dell'industria manifatturiera localizzata nelle aree industriali situate ad oriente e ad occidente del centro; i piccoli esercizi commerciali hanno chiuso per mancanza di clientela e per gli affitti diventati insostenibili; si è rarefatto l'artigianato, i sarti, gli idraulici, gli elettricisti, che si sono in parte sommersi e in parte sono passati i più giovani a lavorare come impiegati privilegiati, spesso svogliati, nelle amministrazioni pubbliche locali.

L'impoverimento in media della popolazione ha dato una spinta all'economia sommersa e alla segmentazione del mercato con le bancarelle che fanno da corona a pochi grandi esercizi commerciali.

Al tempo stesso si è affievolita la spinta al consumo che potrebbe essere più forte se il reddito medio dei napoletani crescesse maggiormente e fosse più equamente distribuito tra i cittadini. L'unico dato positivo che sopravvive, è lo spirito di collaborazione e di sostegno tra i napoletani. Rimane debolmente in vita ricordandoci che siamo stati anche in altri anni, più difficili, un popolo di donne e uomini generosi e altruisti.

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