Confessione di un pentito stabiese: “Qui si muore di antimafia”

Scritto da Mauro Malafronte Il . Inserito in Il Palazzo

municipio castellammare

Mi sono consegnato alle forze dell’ordine, confessando di aver contribuito allo scatafascio. Da stabiese,mi sono sentito in dovere di chiudere i conti con la camorra, liberandola da ogni accusa e prendendomi le mie responsabilità: mi sono pentito di essere rimasto a Castellammare.

E’ stato necessario, perchè l’arresto di Adolfo Greco e la paradossale vicenda dei falò dell’Immacolata (prontamente addobbati con messaggi “gomorreschi”) hanno riportato Castellammare di Stabia sulle pagine dei giornali nazionali.

Stabiesi veri o presunti, camorrologi e politicanti vari dettano la linea da giorni, analizzando l’accaduto ed il da farsi.

Inutile, dunque, dilungarsi sui fatti.

Tutti sapevano, nessuno escluso: i Greco, gli affari nell’edilizia, i vincoli, il tariffario dell’housing sociale, le dinamiche in Consiglio comunale, le clientele e le logiche che hanno condotto alla fine anticipata delle ultime amministrazioni comunali.

Eppure, sulla città negli anni è calato il silenzio, dopo le morti eccellenti.

Il circo equestre che si è scatenato dopo i fatti di questo pessimo dicembre stabiese è il peggiore spettacolo cui sono stato costretto ad assistere. Sono stanco, come tutta la mia generazione dimenticata.

Risultano ridicole le parole del Sindaco Cimmino (invitare Salvini è esattamente l’ultima cosa da proporre in un contesto del genere) e dell’On.Pentangelo: frasi di circostanza e di dubbia onestà intellettuale.

Sono improvvide le valutazioni di Pannullo, ancora impegnato a difendere le azioni e i presunti risultati della sua dis-avventura a Palazzo Farnese.

Sono risibili le considerazioni di Isaia Sales, dei magistrati Riello e Russo, nonché le iniziative antimafia che timidamente vengono organizzate sul campo.

Sono mediocri, inoltre, le ricostruzioni giornalistiche targate “la Repubblica”, “il Mattino” ed “il Corriere del Mezzogiorno.”

Il circo equestre può andar bene per loro, non per me. Non per noi, per quelli rimasti per davvero, per quelli che conoscono la città, le dinamiche che la governano, i rapporti di forza che la regolano.

Quel che è stato scritto e detto è segno dei tempi, è il sintomo di una città svuotata, privata del suo capitale umano: la camorra non c’entra, dunque.

Confesso le mie colpe, senza accusare i boss ed Adolfo Greco. Siamo noi ad essere spariti: da Castellammare, infatti, sono scappati via tutti.

La mia generazione non è più presente, con migliaia di “espatrioti” fisici o mentali: siamo cresciuti nel silenzio e continuiamo imperterriti ad impegnarci nella delicata arte del disimpegno. Quando De Luca dichiara che “i giovani di Castellamare devono resistere ed esprimere la parte migliore di una città che ha sempre prodotto cultura e lavoro”, a quali giovani fa riferimento, di preciso?

Il Governatore, in fondo, lo sa bene, perché sa fare di conto: la camorra è un alibi, in una città vigliacca. E’ una giustificazione comoda per la politica, per i professionisti, per i magistrati, per i giornalisti e anche per i più giovani.

Il circo equestre,infatti, sta costruendo un alibi incrollabile: è colpa dei Greco, è colpa dei boss e dei clan. La Castellammare vittima di camorra è l’unica cosa che “acchiappa”, l’unica merce che “tira”, vende ed incontra i favori del pubblico, a livello nazionale e locale. A guardarla da dentro, la narrazione antimafia rappresenta il colpo di coda di una città senza anima, da tempo immemore incapace di produrre classe dirigente.

Noi, che per sfiga o scelta non abbiamo optato per la via dell’espatrio (fisico o mentale),non compariamo nemmeno stavolta, però; nel racconto dei grandi e piccoli giornali, veniamo chiamati ripetutamente “la parte sana della città.”

A guardarsi intorno, a vederla negli occhi questa benedetta parte sana, però, una voglia matta di parteggiare per l’ala insana abita la nostra testa ed il nostro cuore.

C’è confusione, nei racconti di questi giorni; si scambiano eroi per camorristi, pentiti per politici, mezze figure per uomini delle istituzioni. La divisione manichea in mafiosi ed antimafiosi è un segno di immaturità civica, di analfabetismo cognitivo, di afasia permanente.

Vorrei parlare a quattrocchi con la famigerata “parte sana” della città, scambiarci due battute e pacatamente chiedere: dove cazzo ti nascondi?

Gli espatrioti stabiesi non lo sanno o fingono di non saperlo, ma il vero cancro di questa città è proprio la sua “parte sana”, la sua classe medio-borghese, che sguazza in questo mare di merda: un grumo di professionisti e uomini delle istituzioni che convivono in una realtà depressa e sudicia, compiacendosi del proprio privilegiato punto di osservazione sui grandi e piccoli intrallazzi locali.

E la colpa è sempre la nostra, di chi ha rinunciato all’espatrio, autoinfliggendosi l’ennesima punizione: rimanere a Castellammare, a queste condizioni, è un errore imperdonabile.

Non c’entra niente la triste vicenda Greco e a nulla serviranno indagini e processi. Il disarmo culturale ed istituzionale che ha cancellato Castellammare dalla mappa della politica nazionale e regionale affonda le sue radici nei nostri silenzi, nella incapacità, tipicamente borghese e meridionale, di essere e sentirsi comunità.

I “professoroni” del 9 dicembre dove sono stati in questi anni? Quale città hanno vissuto, respirato, compreso? Tutti assenti, con il nostro silenzio complice. Io mi pento di non averlo urlato abbastanza in precedenza, di non avervi scassato i timpani fino a farvi rimpatriare tutti, uno per uno.

Non servono dichiarazioni di sorta, però. Dunque, se non avete cose “vere” da dire, tacete, come avete fatto per tanto tempo. Continuate a non intervenire, a chiamarvi fuori, a lucrare sul deserto politico e culturale che connota Castellammare. Diversamente, battete un colpo secco, forte. Date segni di vita, per Dio. Serve, disperatamente, una nuova presenza sul territorio, un nuovo modo di vivere questa città.

Occorrono politici con una visione e giornalisti con gli attribuiti, perché non possiamo continuare a morire di figuranti prestati alla cosa pubblica. Serve investire in capitale umano, in questa città dimenticata. Servono giovani veri, “insani e irragionevoli”, purché non già mascariati dalle logiche mediocri che sorreggono il sempre più labile confine tra la “società civile e quella incivile.”

Diversamente, avranno avuto ragione gli espatrioti, che da lontano ci guarderanno con tenerezza e compassione.

Riavvolgete, dunque, la bandiera dell’antimafia.

La narrazione della città martoriata dalla camorra è una iattura, che fa più danni di quanti non ne abbiano già fatti i clan: dalle nostre parti, infatti, si può morire di mafia e di antimafia.

Tags: antimafia

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