Stabia, Tonino Scala: La radice antimafia nella città distratta

Scritto da Mauro Malafronte Il . Inserito in Il Palazzo

Tonino Scala

E’ opportuno tracciare un quadro sullo stato di salute di Castellammare, alla luce degli ultimi fatti di cronaca. L’incontro con il consigliere comunale (in quota Leu) Tonino Scala nasce dall’urgenza di confrontarsi sui fatti e sulle narrazioni, perché l’arresto di Adolfo Greco e la vicenda dei falò dell’Immacolata hanno riacceso l’attenzione sulla città.

E’ giusto, dunque, partire da lì: Stabia è una città di camorra?

Siamo una città di “camorra inconsapevole”: in tanti sono assuefatti da un certo modus operandi, non essendo oramai più nemmeno in grado di cogliere che si è di fronte a pratiche camorristiche. Dalle prime risultanze investigative e processuali emerge un quadro inquietante, data la capacità dei clan di penetrare in tutti i meccanismi decisionali. La camorra è dentro ogni cosa: non siamo una città di camorra in senso classico, ma viviamo in una città in cui la camorra ha realmente fatto un “salto di qualità” nelle scelte e nelle relazioni. Inoltre, Castellammare è sempre più una “città differenziata”, dove coesistono quartieri a criminalità “tradizionale” ed altre zone a “camorra inconsapevole.” Per una parte di città, è possibile utilizzare metodi camorristici, perché sono gli unici metodi percepiti come utili ed efficaci.

L’idea di una città a “camorra inconsapevole”, in fondo, emerge anche dal post arresto di Greco. Una parte di Castellammare è parsa stupita dall’accaduto, eppure qui tutti sapevano: basti pensare che l’acquisizione dell’area Cirio è avvenuta per mezzo della società “Pol-gre” (Polese-Greco). Insomma, era già tutto nel nome. La politica può stupirsi di fronte a tutto quello che è finalmente emerso? Come valuta le posizioni pubbliche prese dagli esponenti del mondo delle istituzioni sui fatti di Castellammare?

La politica non si stupisce;al massimo finge. Questa è una città distratta, che ha scoperto il mondo. Gli interventi di alcuni uomini delle istituzioni, sul punto, credo fossero tesi a tracciare un filo di speranza per la nostra terra, rivendicando la necessità di una più incisiva presenza dello Stato. Il problema è che la città non vuole liberarsi: diversamente, non è possibile spiegare perché questa città risulti di fatto paralizzata da circa un decennio.

Infatti, se analizziamo i flussi elettorali, v’è una certa trasversalità nelle compagini politiche locali. Del resto, la storia ci insegna che determinati potentati non stanno mai all’opposizione e che il voto clientelare non conosce colore. Sul punto, come valuta l’avventura elettorale ed amministrativa di Pannullo? A poche settimane dal voto del 2016, Pannullo parlava di una “logica perequativa”, nella speranza che gli imprenditori fornissero un apporto alla città; poi, sono arrivate le denunce…

Pannullo è certamente una persona perbene. Credo che in un primo momento abbia pensato di poter gestire la situazione, rivendicando un fantomatico primato della politica.

Per esserci primato, però, occorrono programmazione e visione: le sue dov’erano? Sono le recenti denunce a “denunciare la sua visione?”

No, la sua visione non c’era. Verificheremo il peso delle sue denunce: ho chiesto già durante la campagna elettorale di agire per desecretare taluni atti. Il giudizio sulle liste che sostennero Pannullo non può che essere negativo: all’epoca, infatti, il nostro candidato fu Vozza, compiendo un’altra scelta. Ed aggiungo: il giudizio è pessimo anche con riferimento alle ultime elezioni.

Scelte, che, tuttavia, non vi hanno premiato sul piano elettorale. Per la vostra area, forse, agitare la bandiera dell’antimafia significa rivendicare ormai una “quota di residuale esistenza” sul territorio…

Non sono d’accordo. Se guardiamo i dati elettorali delle due ultime elezioni comunali, la nostra area politica ha ottenuto buoni risultati, migliori rispetto a quanto non è avvenuto altrove. Nel valutare l’esito elettorale, occorre tener conto che, sul piano nazionale, la nostra forza politica non supera il 3%: a livello comunale, con una sola lista, abbiamo ottenuto l’8%. Nelle ore immediatamente precedenti al voto, esponenti di alcune “liste” ci contattarono per un eventuale sostegno: scegliemmo di rifiutare, con coraggio. Abbiamo messo alla prova la città, nella speranza di un cambiamento vero, proponendoci di governare Castellammare senza condizionamenti: la nostra presenza sul territorio rappresenta una forma di resistenza attiva.

Continuo a ritenere, tuttavia, che il primo e più importante argine ai potentati mafiosi sia rappresentato dall’autorevolezza dell’azione e della programmazione amministrativa. Occorre vincere, essendo portatori di una visione. In tale prospettiva, è opportuno evidenziare la sostanziale paralisi del dibattito politico e culturale che connota Stabia da circa un decennio: siamo sicuri che la narrazione antimafia possa contribuire a rigenerare il quadro politico stabiese?

Considero questa una provocazione affascinante, ma credo sia giusto continuare a parlare dei fenomeni camorristici che stritolano Castellammare, per provare a costruire una nuova classe dirigente. La città ha bisogno di una visione e di pulizia: la politica locale non è stata in grado di garantire entrambe le cose negli ultimi venti anni. Ritengo, quindi, che scelte come la nostra possano servire a mettere in campo una nuova classe dirigente per i prossimi anni. Questa città ha un’ indiscutibile “radice antimafia”: la prima manifestazione anticamorra in Campania si è svolta a Castellammare, dopo i primi omicidi degli anni ’80.

Quelle politiche, apparentemente di minoranza e di pura testimonianza, sono in realtà servite per costruire una classe dirigente che dal 1992 ha portato avanti, pur se con errori, una visione politica della nostra terra.

Oggi, tuttavia, quella classe dirigente ha probabilmente esaurito risorse ed energie. Nonostante la narrazione antimafia, non vedo una rigenerazione: i documenti di programmazione (siamo al Dos targato Vozza del 2009) che nel tempo sono stati prospettati dalle varie forze politiche rappresentano la cartina di tornasole di una mediocrità diffusa e trasversale. La verità è che anche la vicenda dell’ex area Cirio si incardina all’interno di una narrazione più ampia della città: Corso De gasperi, la città dei due porti e la trazione turistica. State elaborando finalmente qualcosa di diverso rispetto agli oramai storici documenti di programmazione?

Siamo in una fase di reale elaborazione. Nelle prossime settimane ci presenteremo alla città con un Dos-alternativo a quello prospettato dall’attuale amministrazione. Stiamo lavorando ad un progetto che parte dal Dos del 2009, con delle grandi integrazioni.

L’attuale amministrazione dimentica innanzitutto che Castellammare è la città delle acque: nel 2009, da consigliere regionale, ho contribuito all’approvazione di una norma volta a garantire la costruzione di un parco urbano delle acque. Si tratta di una legge pensata soprattutto per due comuni accomunati dalla stessa conformazione idropinica: Castellammare e Riardo. Il nostro comune, paradossalmente, non ha mai aderito.

Perché politicamente non si è andati in questa direzione? Colpa dei clan?

No. Non c’è mai stata la volontà politica di valorizzare questa incredibile risorsa da parte del consiglio comunale. Del resto, procedere in quella direzione avrebbe significato bloccare i permessi a costruire. Nella nostra terra spesso manca la visione di uno sviluppo innovativo: siamo fermi al cemento.

Invero, ci sono dei temi rispetto ai quali i ritardi sono tutti di marca politica. In un certo senso, è necessario capovolgere la “narrazione antimafia”, perché non sempre l’alibi della camorra regge. Penso, ad esempio, al grande tema della viabilità. Perché Castellammare non riesce ad attuare, con la dovute rivisitazioni, il Piano Urbano di Mobilità elaborato da Enzo Russo dall’ormai lontano 1993? E’ colpa dei Greco?

Certamente no. Sono forse stato tra i primi ad immaginare una Castellammare “pedonale.” Da consigliere comunale, fui aggredito in aula da moltissimi commercianti. Da quella aggressione sono passati 22 anni e siamo ancora fermi al palo. La ragione di tale paralisi, tuttavia, è sempre una logica camorristica: a fronte delle minacce, un’amministrazione debole cede.

Ancora oggi ho ribadito al Sindaco di andare avanti sulle pedonalizzazioni, senza farsi condizionare.

Beh il problema è come al solito la “visione complessiva”: disporre Ztl senza prevedere una più ampia rimodulazione del “piano urbano” e nuovi parcheggi in aree strategiche genera lamentele non irragionevoli…

Sono d’accordo. In questo senso, il nostro programma è frutto del grande lavoro svolto negli anni ’90. Chi vince, deve avere le idee e la forza di cambiare. Ancora una volta, rivendico le nostre scelte: bisogna vincere le elezioni, ma per cambiare questa città.

Sulle vittorie elettorali di questi anni, forse, ha inciso in modo significativo il “macigno politico” di Corso De Gasperi. Se mettiamo a sistema le proprietà immobiliari sul fronte mare, i cronici ritardi di Marina di Stabia e il retroterra dell’area Cirio, il quadro è desolante: c’è ancora spazio per una diversa “visione politica” di quell’area della città?

La nostra idea su Marina di Stabia è la stessa degli anni ’90: il completamento delle opere a terra è indispensabile. Il grande errore politico è stato aver supinamente accettato tutto ed il contrario di tutto: le volumetrie presenti in Corso De Gasperi devono diventare strutture alberghiere, perché la città, in una prospettiva turistica, ha bisogno di implementare i posti letti a disposizione.

Nella prospettiva turistica di quell’area, tuttavia, stride la gestione degli immobili fronte mare. Immaginare Corso De Gasperi come un “polmone turistico” per la città, stritolato com’è tra case popolari, capannoni industriali e uffici pubblici è quantomeno avveniristico. A proposito, ma è necessaria la presenza delle stazioni di Polizia e Carabinieri in quell’area a “turismo possibile?” La storia di quelle proprietà, tra l’altro, presenta dei retroscena inquietanti. Nel “tempo delle denunce”, perché non si ragiona su un ricollocamento sul territorio delle stazioni delle forze dell’ordine, dando un segnale politico forte sulla volontà di riqualificare in senso turistico Corso De Gasperi?

Su quella vicenda si sono susseguite inchieste ed interrogazioni parlamentari. In quel caso, è stato utilizzato uno strumento peculiare, che è il contratto d’area.

In particolare, nell’ex area industriale, si prevedevano non le classiche concessioni edilizie, ma la disposizione di conferenze di servizi con gli attori interessati per accelerare i tempi tecnici. In tale scenario, si incardina anche la vicenda di Marina di Stabia, che così ottenne anche i finanziamenti dal Cipe e della Comunità Europea.

Le varie forze imprenditoriali hanno dunque direttamente usufruito dello strumento legislativo. Con riguardo alla vicenda delle Stazioni delle forze dell’ordine, i proprietari-imprenditori hanno dialogato non con il comune (che ha semplicemente presenziato al tavolo), ma direttamente con il Ministero. Agli Interni, c’era Giorgio Napolitano, futuro presidente della Repubblica.

Negli anni immediatamente successivi alla faida di camorra, si volle realizzare il centro interforze: si è trattato, paradossalmente, di un segnale di contrasto ai clan.

E rispetto alle inchieste ed alle interrogazioni parlamentari cui ha fatto riferimento, la città è sempre “distratta”? O possiamo parlare di una città vigliacca, se non complice?

Molto distratta, che spesso fa finta di non vedere.

Eppure i più giovani paiono estremamente consapevoli: quel seme antimafia, a Castellammare, che generazione ha prodotto?

Quel seme antimafia ha prodotto la mia generazione, quella dei quarantenni di oggi. Di certo,non siamo stati in grado di trasmettere il senso di certe battaglie sul territorio. Questo passaggio di consegne mancato si inserisce, però, all’interno di una generale crisi della politica. Si è pensato che l’attività politica non fosse più lo strumento per cambiare la città e la società in genere. E’ chiaro che non possiamo riferirci solamente a Castellammare: ciò che accade qui avviene in tutto il Paese.

In uno dei suoi primi discorsi tenuti in occasione delle ultime elezioni, tuttavia, lei ha ricordato quante personalità “abitavano” il consiglio comunale stabiese. Se Vozza diviene sindaco nel 2005 dopo 10 anni di attività parlamentare, i sindaci successivi paiono presentare progressivamente un cabotaggio sempre minore: perché questa città ha smesso di “produrre politica?”

Noi siamo sempre stati dei precursori,nel bene e nel male. Il nostro più grande limite è quello di immaginare che il mondo finisca in zona Ponte Persica: è un limite vero.

Non vedo però in Castellammare un’eccezione, purtroppo, da questo punto di vista.

E come valuta la nuova pattuglia stabiese in Parlamento?

E’ figlia del nostro tempo. Basti pensare che, nonostante tutto quello che sta venendo fuori dall’operazione “Olimpo”, nessuno ha sentito l’esigenza di chiedere l’intervento della Commissione d’accesso. Diversamente, in consiglio comunale, espressi subito la necessità che il Sindaco si mobilitasse per rivolgersi alla Commissione.

Dunque, per ricollocare Castellammare sulla mappa politica regionale e nazionale dobbiamo necessariamente agitare il pericolo camorristico?

Non dico questo, ma occorre una resistenza attiva, che passi anche dalla “scelta” del fronte antimafia. Occorre scegliere da che parte stare, perché questa è diventata una città “grigia. ”Chi vuole “capovolgere” Castellammare deve fare una scelta, indicando anche con chi non si ha intenzione di sedersi al tavolo delle trattative politiche (e non  solo). Manca la visione, è vero. A mancare, però,è anche e soprattutto la “scelta.”

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