L’insostenibile leggerezza delle “caramelle” di Pierdavide Carone e i Dear Jack

Scritto da Vitaliano Corbi Il . Inserito in Musica

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Dal principio sgomberiamo il campo da un possibile quanto immediato fraintendimento: l’ossimoro kunderiano del titolo non è un’accusa di superficialità al brano musicale “Caramelle”, escluso dal Festival di Sanremo e che oggi riscuote successo e approvazione attraverso altri canali mediatici, bensì è l’intento di porre all’attenzione comune una riflessione che scaturisce dagli importanti effetti tipici della relazione tra i media e il sistema sociale.

Perché il testo del cantautore tarantino ha generato polemiche e schieramenti in fazioni di pubblico, specialmente sul web? La risposta è apodittica: è un testo che tratta di pedofilia, tema altamente complesso.

Legittimamente si potrebbe affermare che non per questo sia il “più complesso di tutti”, se non ci fosse tuttavia un problema spinoso di molteplice eterogenea percezione.

Ciò che a giusta ragione perseguita i genitori è proprio il modo con il quale parlare ai propri bambini di un tema di tale portata, se in virtù di uno sfrenato relativismo sia corretto discuterne anche con leggerezza, ad esempio spiegando nel particolare le orrende possibili procedure.

Enzo Baldoni, giornalista e copywriter, scriveva nel 2004: “ Restano aperte infinite domande: a che età è giusto parlarne con i bambini? O meglio, esiste un’età giusta? Non si rischia di inculcare paure poco edificanti (vi ricordate le caramelle-dagli-sconosciuti da cui ci mettevano in guardia i nostri genitori?)? La regola del “Qui non si tocca“ vede il discrimine nella biancheria intima: no, io non sono d’accordo assolutamente. Cosa dire e cosa non dire? Che linguaggio utilizzare? Solo vorrei capire quando e come parlare ai bimbi. Perché non c’è nulla di peggio di qualcosa spiegato male e in maniera stonata”

D’altra parte si potrebbe obiettare che il compito dell’arte non è e non dovrebbe mai essere prettamente pedagogico, che un’artista, in quanto per definizione libero di esprimere la propria arte, non sia tenuto a preoccuparsi degli effetti sociali delle proprie creazioni.

Fermo restando che il direttore artistico del festival, Claudio Baglioni, ha dichiarato che nell’esclusione non c’è stata minimamente volontà di censura ma che al di là del testo, la canzone non è entrata in graduatoria, alla polemica mediatica è interponibile un’ulteriore obiezione: “Caramelle” è un brano che non si schiera e di per sé non dà giudizi, né tantomeno offre una chiave di lettura critica, che in quanto tale sarebbe stata foriera di accuse, difese e moralismi.

Semplicemente mostra, e nemmeno si lascia tentare da quel delirio di onnipotenza del far “vedere”. Del resto se nella tragedia greca la morte e le azioni macabre dovevano avvenire fuori dalla scena, “Caramelle” si avvicina a queste, distanziandosi dal nostro imperante desiderio di rinnovato Realismo, che porta la società ad assuefarsi alle grottesche immagini che rimbalzano quotidianamente sugli schermi.

Creare un’atmosfera, per l’appunto, “insostenibilmente leggera” potrebbe essere il grande pregio del pezzo.

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