L’ipogeo di Sant’Anna dei Lombardi

Scritto da Luca Murolo Il . Inserito in Linea di Confine

MUROLO COPERTINA ipogeo di S. Anna dei lombardi

Da poco più di un mese ha riaperto al pubblico l’ipogeo di una delle chiese più belle e ricche di arte e storia di Napoli. Stiamo parlando di Santa Maria di Monteoliveto, meglio nota come Sant’Anna dei Lombardi.

La chiesa fu fondata nel 1411, per volere di Gurello Origlia, protonotario del re di Napoli, Ladislao di Durazzo, e rappresenta una rara testimonianza del Rinascimento toscano a Napoli. Si presenta con un’unica grande navata, e 5 cappelle per lato. In quell’epoca il complesso si trovava fuori delle mura della città, ed era arricchito da 4 chiostri, che oggigiorno si trovano all’interno della confinante caserma dei carabinieri Pastrengo. Uno, il più grande, all’interno del quale si sono tenuti concerti e mercatini, è al lato dell’ufficio della posta centrale di via Monteoliveto. Nel 1582, sullo stesso territorio, fu fondata la chiesa della nazione lombarda, dedicata a Sant’Anna, che fu gravemente danneggiata nel 1798, e poi definitivamente demolita pochi anni dopo. Per questo motivo, Ferdinando IV di Borbone cedette l’intero complesso di Monteoliveto all’Arciconfraternita dei Lombardi. I lavori di questo edificio erano stati diretti da Domenico Fontana, che fu solo uno dei nomi famosi a mettere mano a questi luoghi. L’attuale chiesa di Sant’Anna è nota anche per la sua sagrestia affrescata dal Vasari, ma vi sono affreschi, tele e sculture di altri artisti famosi. Tra tanti dei Toscani Antonio Rossellino e Benedetto da Maiano, di Pedro Rubiales e del vercellese Giovanni Antonio Ardito, sculture lignee di Girolamo Santacroce ed un imponente organo di legno dorato di Cesare Catarinozzi. E ceramiche e terracotte di scuola robbiana. E Battistello Caracciolo, e ovunque si posi l’occhio un’altra meraviglia. Un museo nel museo, che continua anche nel sottosuolo. Al di sotto del coro della chiesa, nella cappella Savarese, si apre una botola, ove una scala conduce ad un ipogeo.

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L’ipogeo, detto Cripta degli Abati, è una grande stanza ellittica a cui si accede da una bella, quanto angusta, doppia scala. La parete che si presenta d’avanti al visitatore è occupata da trenta nicchie scavate nella pietra; il “putridarium”, usato per la scolatura dei cadaveri. Qui, diversamente da altri luoghi adibiti alla stessa pratica, il corpo non veniva adagiato in posizione seduta, ma appeso, tramite un piolo, ancora visibile in alcune nicchie, che veniva conficcato nella nuca. Tramite fori che venivano praticati dai becchini, per questo detti con espressione vernacolare gli “schiattamuorti”, tutti i liquidi colavano dal corpo, lasciando, in breve tempo una perfetta mummia, e poi, solo le ossa. Alcuni teschi sono conservati in 25 teche, che sono adagiate al di sopra della struttura in pietra. Appartengono ai religiosi dell’ordine, anche se le scritte sono illeggibili, tranne un che reca la parola “Zucca”. In qualcuna di esse sono visibili abiti e bardature ecclesiastiche, come il copricapo che sormonta il cranio della teca centrale, la più grande e ricca. Ai lati sono visibili dei cunicoli che mettono in comunicazione con le cappelle, per facilitare la rimozione delle ossa dai parenti dei defunti. Le altre sono state sepolte nella “Terrasanta”, un ipogeo nell’ipogeo, coperto da una robusta grata metallica. Le pareti sono affrescate con figure di alberi, che rappresentano la foresta sacra,e scene del Calvario. Le pareti della scala sono adornate da un dipinto di colonne appena visibile. Come sbiadita e quasi illeggibile è la lastra di marmo che ci dice chi ha ripristinato questi luoghi magici.

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Ancora un mistero aleggia nell’ipogeo, ed è la presenza delle spoglie di Bernardo Tanucci, uomo di fiducia prima di Carlo di Borbone, e poi di suo figlio Ferdinando IV. Aretino di nascita, fu segretario di Stato, della Giustizia e Ministro degli esteri del Regno di Napoli. Lo statista pare fosse stato sepolto nella chiesa di San Giovanni ai Fiorentini, e poi traslato qui, nella Cripta degli Abati; ma della cassetta di legno contenente i suoi resti mortali non vi è traccia. Potrebbe essere stata interrata o semplicemente adagiata sul fondo del pozzo profondo 15 metri, sito al centro della cripta e denominato la “Terrasanta”, ma questo è di difficile accesso. Qualche anno fa, affascinati dal mistero, e spinti dalla sete di conoscenza, la giusta curiosità scientifica, alcuni studiosi, tra cui Carlo Knight che ce lo racconta, sono scesi nella cripta e non hanno trovato nessun indizio delle spoglie del Tanucci, fin quando il parroco, don Giuseppe, non ebbe l’intuizione di lanciare una torcia elettrica attraverso le sbarre che coprono il pozzo della “Terrasanta”. Scorsero delle ossa e una cassetta di legno in frantumi. Sono questi i resti di Bernardo Tanucci?

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