Troveremo le parole giuste. E saranno semplici.

Scritto da Francesco Forte Il . Inserito in Il Palazzo

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In un placido martedì di metà febbraio il presidente del consiglio italiano, Giuseppe Conte, ha tenuto un discorso dinanzi al Parlamento europeo, in verità non proprio interessatissimo, in cui ha parlato, con parole che sembrano scritte da qualcuno che una volta ha origliato una conversazioni tra europeisti e federalisti europei e pensato “meh, queste cose dovrebbero piacergli”, di rilancio del progetto europeo, di superamento dell’unione economica in favore di quella politica – una critica che viene avanzata soprattutto da sinistra – e ha chiesto una «visione» comune per affrontare i principali problemi della globalizzazione.

Più in generale quello di Conte è sembrato un normale discorso da primo ministro di un paese fondatore dell’Unione, con toni e proposte politiche che sembrano di altri tempi e quanto mai distanti dalla realtà fatta di insulti a mezzo social a cui nessuno sembra voler rinunciare, di atti di un governo che sembra voler preparare un distacco dall’Europa, non ultima la tentata manovra su Bankitalia, che crede che sia sufficiente avere una faccia più o meno pulita per convincere che le cose andranno bene, o che le previsioni di stagnazione economica sono fallaci, o che la volgare e costante invettiva contro politici, giornalisti, istituzioni, università e chiunque rappresenti i “poteri forti” (che invero sembrano essere piuttosto debolucci) sia derubricabile a fase adolescenziale dei partiti di governo, tesi a non perdere la propria base elettorale a causa dello scontro tra le promesse e la dura realtà.
La dura realtà ha preso la forma, nel dibattito parlamentare, dell’intervento del leader liberale Guy Verhofstadt (si, ho fatto copia e incolla), in cui Guy ha affermato, un po’ come Bill Emmott e Annalisa Piras nel loro documentario “Girlfriend in a coma”, che nel suo amare l’Italia deve constatare quanto essa sia attanagliata in una crisi politica iniziata nel 1994 con Berlusconi e di cui il burattino Conte, nelle mani della Casaleggio Associati e dei vicepremier che di fatto dettano la politica del governo, è ultima ma preminente espressione. Prescindendo da ogni valutazione politica sul nostro Guy, che un paio di anni fa non sembrava disdegnare i voti dei parlamentari del MoVimento per la sua candidatura a presidente del Parlamento europeo, l’opinione pubblica italiana, come sovente accade, si è divisa in due tifoserie: l’una non esita nel concordare con Guy contro i cialtroni, come si usa dire, al governo, l’altra, capeggiata, con sorpresa di alcuni, da Enrico Mentana e Carlo Calenda dice che è profondamente irrispettoso della sovranità nazionale che un parlamentare europeo “offenda” gli italiani in questa maniera, con una reazione che a me ricorda quei genitori che quando il figlio ha un rendimento scolastico negativo se la prendono con gli insegnanti. O con i deputati eletti dal popolo europeo anche per criticare i governi nazionali, quando con le loro azioni danneggiano l’Unione.
Eppure tale reazione è la cifra di un certo europeismo di maniera di cui sembra pervaso anche l’appello “siamo europei” promosso dallo stesso Calenda: unire le forze contro i sovranisti e i populisti, ma più che altro per avere una sorta di rivincita delle elezioni nazionali del 4 marzo 2018, per dare una spallata al governo, non per cambiare in meglio l’Europa mettendo fine al metodo intergovernativo per ridare potere ai cittadini ad ogni livello, non per ridare fiato e speranze ai giovani cittadini europei che oggi saltano da un lavoro precario all’altro: possiamo portare come esempio di quanto questa impostazione danneggi i cittadini europei e l’immagine dell’Unione stessa la proposta di ban agli stage non retribuiti fatta dai socialisti e democratici e bloccata, come tante altre, dai veti del Consiglio europeo. Allora il nostro lavoro deve andare ben oltre l’adesione acritica a qualche appello, di cui pur si riconosce la validità dei proponenti, ai quali si deve lo spazio per misurare la propria proposta nell’agone politico, apportando il loro contributo ad una coalizione larga, civica e ambientalista ma ben ancorata ai valori socialdemocratici, liberali, ecologisti, transnazionali e orientata a contrastare le disuguaglianze anche di genere, tra nazioni e tra generazioni. Aperta sì, ma alle forze che esprimano tali valori e possano formare una coalizione (anche di più gruppi, anche di gruppi transazionali a cui dovrebbe tendere lo stesso Partito Socialista Europeo) in Parlamento.
Bisogna lavorare affinché a questa coalizione aderiscano tutti e soli quelli che si rispecchiano in queste idee, non (solo) quelli accomunati da una generica avversione all’attuale governo italiano e ai partiti che lo sostengono. Le conseguenze di coalizioni non coese sono, a mio parere, facilmente riscontrabili nelle critiche di alcuni esponenti di centrosinistra al reddito di cittadinanza: critiche su aspetti marginali, sui “furbetti” e “sfaticati” che percepirebbero il reddito sdraiati sul divano, offendendo milioni di persone in difficoltà e non centrando i veri problemi della misura: ovvero che essa è a debito, che quindi non produce alcuna redistribuzione perché non sarà pagata dai ricchi con le loro tasse, ma dalle generazioni future; che rischia di creare un esercito di persone obbligate sin da subito ad accettare il lavoro che viene loro offerto, a qualsiasi condizione. Prendiamo Dario, un imprenditore che si lamenta perché non riesce a trovare personale: inspiegabilmente vi sono giovani disoccupati si rifiutano di andare a lavorare nel suo forno 6 giorni a settimana, sabato e domenica compresi, da mezzanotte alle sette del mattino per 1.000 euro al mese. Un liberale come Guy direbbe che, per la legge della domanda e dell'offerta, Dario dovrebbe offrire di più. Invece, grazie al "reddito" gli stessi giovani saranno costretti ad accettare quel lavoro, altrimenti perderanno il beneficio, che invece andrà all’imprenditore.
Immaginate cosa accadrà: imprenditori che possono offrire il minimo, tanto migliaia di persone saranno obbligate ad accettare, mentre migliaia di giovani sono costretti ad emigrare spopolando il Mezzogiorno. Questo scenario è tratto da una trasmissione televisiva in cui è stato intervistato un imprenditore (il nome è di fantasia), rassicurato da una deputata del MoVimento con gli argomenti di cui sopra: è la cosa meno di sinistra che ho sentito da molti anni a questa parte, dove invece dovremmo pretendere salario minimo, assicurazione contro la disoccupazione e sgravi fiscali all’assunzione tarati sulle ore lavorate e non sul numero di lavoratori, in modo da massimizzare il numero di assunti e minimizzare il numero di ore lavorate, a parità di salario, dagli stessi. E invece critichiamo, in puro stile vittoriano, i poveri che sperano di stare un po’ meglio. Forse tutto questo sembra centrare poco con il titolo di quest’articolo, ma la costruzione di alternative passa anche attraverso un nuovo linguaggio, che sappia parlare con passione e verità, per esempio, ai pastori sardi in agitazione in questi giorni: probabilmente è necessario aumentare l’efficienza della produzione per aumentare il valore aggiunto del loro prodotto, quindi si dovrà in futuro incentivare la concentrazione aziendale e l’aumento delle competenze anche manageriali ed economiche per vincere la concorrenza estera; non sussidiare imprese improduttive.
É’ questa una medicina, forse un po’ amara, che possiamo proporre solo creando una rete di welfare che supporti chi non ce la fa, tutelando e valorizzando anche in Europa il made in Italy rispetto ai concorrenti: in poche parole non insultando la loro vita e il loro lavoro o gli avversari politici ma costruendo la prospettiva di un futuro migliore, con le parole giuste. E semplici.

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