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L'inferno di Sergio!

Scritto da Francesco Miragliuolo Il . Inserito in Vac 'e Press

MIRAGLIUOLO

Nel mezzo del cammin di nostra vita mi ritrovai per una Repubblica oscura, ove la diritta verso la democrazia era smarrita. Ahi quanto a dir quel era è cosa dura, esta Repubblica selvaggia aspra e forte, e in me, Toninelli ministro mi rinnova la paura… Tanto è ministro quanto Conte non è un burattino. Ma per trattar degli amici ch’ici trovai, dirò de l’altre cose chi v’ho visto.

Io non sono ben spiegar com’i v’entrai, poiché tanto ero pien di sonno quel giorno, che l’elezione a Capo dello Stato io accettai, ma poi chi fui giunto al Quirinale, là dove terminava la corsa del mio tram, la paura mi colpì; guardai in alto e vidi i volti di, con tanto ardore, m’avea preceduto nell’ingrato compito.

Allor fu la paura un poco queta, che nel lago cor m’era durata la serata che passai con tanta pieta.

Nella Repubblica allora m’addentrai, con stupore e terrore al contempo, senza altro amico, se non un tal Matteo di Firenze, che poi tanto amico non mi era, visto dove mi aveva mandato…

M’incamminai per largo tempo verso una meta sconosciuta. Ed ecco quasi al camminar de l’erta, un uomo con la divisa della polizia un barcone traghettava. Egli i migranti a casa loro riportava ed esclamava: “Porti chiusi, porti chiusi!” come questa fosse una litania. E non mi si partia dinanzi al volto, anzi 'mpediva tanto il mio cammino, ch'i' fui per ritornar più volte vòlto. Scappai, fin quando non vidi il vate del Quirinale.

Era minuto, camminava con passo forte e lungo, con una pipa fra le mani e un paio di occhiali larghi tanto da celare il viso. Quando vidi costui nel gran diserto, “Miserere di me”, gridai lui, “quel che tu sii Pertini Presidente!” Rispuosemi: “Non Presidente, Presidente già fui, e li compagni miei partigiani furono. Servii lo Stato sub Bettino, ancor che fosse tardi, a carcerato fui col sommo Gramsci nel tempo dei politici falsi e bugiardi!

Socialista fui, e la Repubblica guidai al posto dei tanti che distruggerla volevano poi che la lor superbia fu combusta. Ma Sergio, perché torni a tanta noia?! Perché non entri nei dilettuosi palazzi, dove tutto si decide e tutto si compie?! Questi son cagion di tante pene…

“Or se’ tu Sandro e quella fonte che spandi di sapere si largo fiume?” Rispuos’io.

“O dei tanti Presidenti, tu il vate nostro sei, il mio maestro e’l mio autore, tu solo colui da ch’io tolsi il grande sprono per accettar codesto ingrato compito.

Aiutami o Sommo Sandro, famoso e saggio, guidami nel mio percorso…”

“A te convien temere altro, compagno mio”, rispose, poi che lagrimar mi vide, “altri quattro anni questi devon governar e tu al peggio ti devi preparar!”

Udite codeste parole, chiesi al Sommo: “Peggio o Sommo?! Cosa c’è di peggio di costoro o mio Presidente?!” E costui mi guardò con sguardo penetrante e misterioso, e con tono serioso ed impaurito, quel nome che mai il cuori mio avrei voluto sentir: “Mario Monti, o mio compagno. Uomo senza cuore, ma con banche e Fornero. Come Mahmood egli canta solo Soldi, soldi e soldi! Lagrimar non devi, ma forza trovar in animo tuo!”

“Monti, no!” Esclamai, balzando da terra come un super santos.

“Temer non devi, fino al Sommo Draghi arriveremo e a lui la grazia chiederemo. Niente Monti noi avremo ora seguimi e codesto dolore all’Italia toglieremo.”

Allor si mosse, ma da la paura, io gli svenni dietro.