Campania Segreta: La Reggia di Carditello

Scritto da Luca Murolo Il . Inserito in Port'Alba

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La meno conosciuta delle residenze borboniche, più che una reggia è una bella tenuta di campagna con una villa nobiliare dalle pregevoli fattezze, così chiamata solo perché apparteneva al re.

Nacque prima la tenuta, quando nel 1745, per volere di Carlo III di Borbone, la casa reale fittò dal principe d’Aquino di Caramanico i fertili terreni su cui si decise di impiantare un allevamento di cavalli ed un caseificio. Sua Maestà desiderava creare una nuova razza equina, soprattutto resistente e coraggiosa, per destinarla alla guerra, all’arma della cavalleria, suo fiore all’occhiello. Ed inoltre, essendo stato signore di Parma e Piacenza, cedute agli Austriaci, voleva continuare ad avere sulla sua tavola il burro ed i formaggi prelibati che era abituato a mangiare ed offrire ai suoi ospiti, tra cui il parmigiano.

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Fu scelto questo fertile terreno, bonificato oramai da tempo, con l’entrata in funzione dei Regi Lagni, voluti dal vicerè spagnolo Pedro Fernadez de Castro nel 1610, per drenare le acque piovane, e dovute alle frequenti esondazioni del fiume Clanio, per la presenza endemica e numerosa del cardo, che da il nome e lo stemma a Carditello, e perchè qui si gode de “il favore di una verdura perenne”. Ideale per impiantarvi un allevamento.
Le prime sale che oggi si vedono entrando, e dal pavimento si capisce che erano adibite più ai quadrupedi che agli umani, erano la sala della monta, e quelle per i primi addestramenti. Qui fu creato il famoso Persano di Carditello, cavallo agile, resistente e soprattutto coraggioso, che vedremo poi in seguito. Vera e propria azienda casearia, nelle costruzioni ottagonali, visibili agli angoli della tenuta, utilizzando il latte dei numerosi animali allevati nei paraggi, tra cui le bufale, numerose nell’agro, vi si producevano formaggi di ogni tipo. La prima mozzarella, al tempo chiamata provola.

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Carlo fu chiamato a prendere la corona del regno di Spagna, e suo erede fu il figlio, Ferdinando IV, che nel 1787 commissionò la costruzione del Casino Reale all’architetto Francesco Collecini, già collaboratore del Vanvitelli. Opere pittoriche e i pregiati stucchi, furono affidate a numerosi artisti dell’epoca, tra i quali Jakob Philipp Hackert, Carlo Beccali, Giuseppe Cammarano, Fedele Fischetti, Angelo e Carlo Brunelli. La dimora ha subito nel tempo numerosi saccheggi, a cominciare dallo scalone, a cui mancano tutti i marmi, sostituiti oggi da lastroni in pietra. La sala della lettura e la biblioteca conservano gli affreschi quasi intatti, vi si può ammirare la volta dipinta dal Fischetti con l’”Allegoria della casa dei Borbone” e l’”Apoteosi di Enrico IV”, il capostipite della casata. I numerosissimi libri erano stati portati da Maria Teresa, consorte del re Ferdinando, che è ritratta con i simboli della Massoneria, della quale era simpatizzante, fino alla decapitazione di sua sorella, Maria Antonietta, regina di Francia. Nelle altre sale i dipinti sono stati sfregiati, in particolare cancellate tutte le immagini dei reali borbonici, dai garibaldini, che qui vinsero una battaglia e si diedero a festeggiamenti e bagordi nella Reggia stessa. Si salva l’immagine della regina, in un altro affresco, perché raffigurata distesa, in vesti campestri, non è stata riconosciuta dai vandali.

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La sala da pranzo, con la pavimentazione nuova, non originale, come in tutte le altre stanze, tranne che nella cappella, mantiene il segno dove poggiava la “tavola matematica”. La cucina era esattamente sottostante, e questa geniale invenzione, perfettamente visibile nella Casina Cinese di Palermo, permetteva, tramite un sistema di carrucole, di far salire e scendere la tavola, perfettamente imbandita, evitando operazioni di apparecchiamento e sparecchiamento, che avrebbero richiesto un impiego di numerosa servitù, offrendo, inoltre, una maggior privacy ai commensali. Altra sala d’interesse è quella dedicata ai giochi, unica senza finestre, dove un’apertura obliqua nel soffitto lasciava entrare la luce necessaria, e permetteva un “gioco” molto in voga all’epoca: l’osservazione della volta celeste.

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Questo luogo fu molto amato dai Borboni, lo usavano per la caccia e per i frequenti banchetti che vi celebravano, Ferdinando soleva celebrarvi la Festività dell’Ascensione, con corse di cavalli e giumente. Dopo la conquista del Regno divenne proprietà dei Savoia, che per un periodo la usarono anche loro per l’attività venatoria, ma con un decreto Vittorio Emanuele II ne proibì l’uso come fattoria e azienda agricola, e la donò all’ Opera nazionale Combattenti. Fu fatto qualche restauro, la bonifica dei territori circostanti fu completata da Mussolini, ma lentamente, con la sua originaria mansione completamente snaturata, la Reggia subì un lento declino, terminando nel degrado più totale quando in seguito alla crisi dei rifiuti degli anni 2000, fu usata come discarica di rifiuti dai casalesi, che la usavano persino per i loro matrimoni. È stato il governo Letta, nel 2014 a rimettere finalmente la bandiera italiana sul sito, e dichiararlo proprietà dello stato. Ad occuparsene è la cooperativa “Il Cardo”, ed è grazie al loro lavoro che oggi la Reggia è visitabile.

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Ho conservato per la chiusura un’ultima storia sul destriero che qui ha visto i natali, il Persano di Carditello, un fiero cavallino rampante, che ancora continua a correre ed a vincere sul muso della “mitica rossa”, perché è lui, la sua effige, il simbolo della Ferrari.

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