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Le Nozze del neomelodico e le prossime Universiadi - Il coraggio di un tuffo per i Napoletani invisibili

Scritto da Francesco Donato Perillo Il . Inserito in Succede a Napoli

nozze

C'è un confine, una soglia invalicabile che consente a Napoli di non lasciarsi devastare dal trash delle nozze show con banda, trombettieri e tiro di cavalli, né dalla cronaca delle stese e delle movide senza limiti, né dai vandali che stuprano la perduta verginità dei suoi monumenti, né dagli stereotipi della città di Pulcinella.

Quella soglia è nello sguardo operaio di Gennaro nel murale di Jorit a Forcella, come in quello fiero del Dio umano Maradona a San Giovanni, o di Pasolini che ti fissa all'uscita della metro a Scampia.

È nell'utero nobilissimo del San Carlo, nel tempio della lirica spalancato lo scorso mese a migliaia di ragazzini delle nostre scuole primarie, coinvolti in un'emozionante messinscena di Turandot grazie al progetto "Scuola in canto". È nella cooperativa dei giovani di padre Loffredo alla Sanità. È nelle mostre-eventi promosse dal Mann, da Capodimonte, dal Madre. È nell' impegno delle associazioni che difendono dalla chiusura le collezioni del Filangieri. È nell'entusiasmo dei ragazzi delle start up e della Apple Academy nel Bronx di San Giovanni.

Scorre attraverso tanti diversi rivoli la linfa vitale che, come un sotterraneo e silenzioso fiume carsico, salva la città dal degrado e dalla volgarità che la abita in superficie. Non la salvano le istituzioni, nè la classe dirigente che non c'è, né gli inconsistenti corpi intermedi liquefatti dal populismo.

La salva l'acqua sotterranea delle sue cavità, alimentata dalla carne e dallo spirito di Napoletani invisibili, uomini e donne, giovani e anziani, artisti, studiosi, professionisti, operatori, un fiume sommerso. C'è ancora il Sebeto che attraversa la città. Non c'è solo il Vesuvio, il mare e il lungomare dei pizza village e dell'albero kitch. C’è una Napoli illuminata dalla signorilità del racconto di Piero Angela, piuttosto che quella dei riflettori di Barbara D'Urso sparati sulla trivialità.

Le prossime Universiadi, nonostante i ritardi organizzativi e le consuete approssimazioni, possono offrire una bella occasione per l'emersione della città sotterranea, esaltando la sua vitalità magmatica come capitale europea di uno sport autentico: quello alimentato dall'entusiasmo olimpico della gioventù e non dai calcoli del professionismo. Una bandiera di valori alternativi a quelli dominanti nel vorticoso gioco degli interessi mediatici, del mondo delle scommesse e dei compensi galattici che ruotano intorno al pallone. Valori e riscoperta di senso che qui da noi sfidano la scandalosa carenza di strutture e mezzi e si ergono a orgoglioso contrasto.

C'è un simbolo che si sta affacciando dalle nebbie dell’organizzazione delle Universiadi, grazie all'idea di Marco Balich cui è stata affidata la regia della cerimonia d’apertura dell’evento: dalla lastra della tomba di Paestum un tuffatore nudo ed esile spicca il suo lancio, libero e gioioso, nell'infinito. Un tuffo di duemilacinquecento anni che segna il passaggio dalla morte alla vita. C’è una soglia da cui si lancia il tuffatore: al di qua della quale lasciamo le nozze del neomelodico con la vedova del boss e la trivialità della città apparente. Al di là, verso l’infinito oceano, la ricerca della perduta bellezza. A Napoli e ai Napoletani serve il coraggio di un tuffo.