PIETRARSA: UN ECCIDIO DIMENTICATO DALLA STORIA

Scritto da Nestore Cerani Il . Inserito in A gamba tesa

Strage di pietrarsa 4

In occasione dell’avvicinarsi della festa del 1° Maggio è emersa la proposta che, da noi, sarebbe più opportuno celebrare il 6 agosto, anniversario dell’eccidio di Pietrarsa avvenuto il 6 agosto1861. Un triste primato napoletano: Il primo massacro operaio dell’Italia unita.

L'opzione non è discutibile in sé. Lo è per difetto di argomenti storici. È vero che i fatti di Pietrarsa avvennero 30 anni prima dei fatti di Chicago ma è vero anche che mentre gli USA erano già un colosso industriale, l'Italia del 1861 era un miserabile paese in via di riorganizzarsi e senza peso internazionale. I fatti di Pietrarsa furono rimossi per oltre un secolo. Io ne appresi l'esistenza leggendo la "storia del sindacato, italiano " di Eric Hobsbawn.

I fatti:
L’opificio di Pietrarsa, sorto in prossimità del mare in una località il cui primitivo nome era "Pietrabianca" che divenne "Pietrarsa" quando la lava di un'eruzione la ricoprì fino al mare, fu fondata da Ferdinando di Borbone a sostegno della prima tratta ferroviaria Napoli Portici. Difatti sorge lungo il tracciato della linea. Le prime locomotive furono acquistate in Inghilterra e Pietrarsa venne aperta per la loro manutenzione e per quella delle macchine a vapore della flotta borbonica, all'epoca una delle più importanti del Mediterraneo.


L'evoluzione tecnica e tecnologica dell'opificio fu rapida anche perché ad esso fu annessa una scuola di formazione professionale che accettava ragazzi dai 15anni in poi. Dopo un corso triennale gli allievi passavano nell'organico dell'opificio La formazione fu così efficiente che Pietrarsa cominciò a costruire le prime locomotive a vapore progettate e realizzate in Italia. Ci sono a Napoli varie manifestazioni della bravura tecnica degli operai di Pietrarsa: la statua in ghisa di Ferdinando di Borbone nel cortile dell’opificio in cui la ricchezza del panneggio è la prova dell’abilità operaia nel trattare una materia difficile come la ghisa che nella fusione non ha la duttilità del bronzo e la Cassa armonica nella Villa anch’essa realizzata in ghisa dall’opificio di Pietrarsa.
L'opificio, di proprietà statale, dopo l'unità d'Italia, venne privatizzato e affidato in concessione ad un imprenditore napoletano, già fervente borbonico e diventato savoiardo nel volgere di pochi giorni a ridosso dell'arrivo di Garibaldi. Costui, come primo provvedimento, aumentò l'orario di lavoro e diminuì la paga giornaliera. Gli operai protestarono e chiesero, almeno, il ripristino delle condizioni precedenti. Di fronte al rifiuto dell'impresario occuparono l'opificio. Fu un fatto spontaneo perché non c'erano organizzazioni di autotutela. L'impresario chiese aiuto al questore che impose l'intervento dei bersaglieri di stanza a Croce del lagno. Caserma in prossimità dell'opificio.

Gli operai che erano stati in massima parte a favore dell'Unità e contro i Borbone quando videro arrivare i bersaglieri pensarono che stessero intervenendo in loro favore e perciò spalancarono i cancelli. I bersaglieri entrarono a passo di carica e fecero immediatamente fuoco sulla folla su ordine del loro comandante. Gli operai si sbandarono, cominciarono a fuggire. Alcuni si buttarono a mare dagli scogli ma anche essi furono raggiunti dalle fucilate. Alla fine dello scontro si contarono una decina di morti e moltissimi feriti. Una parte degli operai fu arrestata e portata via. Il giorno dopo il questore, quella carogna di Nicola Amore che sarà sindaco di Napoli e complice della speculazione edilizia del Risanamento, (a proposito perché non si rimuove la sua statua?) fece emanare un ignobile comunicato in cui si diceva che i bersaglieri avevano reagito alle fucilate degli operai.
Noto, di passata, che questa è sempre stata la scusa dei massacri di lavoratori. Durante il regime scelbiano ogni volta che c'era qualche morto (e ce ne furono parecchi come Reggio Emilia, Avola, Montescaglioso, Napoli) Scelba rispondeva in Parlamento che quelle persone erano state uccise dai loro compagni che sparando sulla polizia avevano sbagliato bersaglio. Cossiga, sul finire della sua vita addirittura si vantò della tecnica seguita per provocare incidenti e avere l'occasione di sparare sulla folla - (Ricordatevi di Giorgiana Masi a Trastevere).
Torniamo a PIETRARSA. Dopo il comunicato un impiegato di Pietrarsa, che affacciatosi al balcone del Municipio (NB: In tutte le officine FS era questo il nome dato alla palazzina degli uffici) aveva visto tutto lo svolgimento esatto degli avvenimenti si recò alla direzione del "ROMA", che allora era il giornale dell'opinione democratica (che brutta fine ha fatto!) e smontò pezzo per pezzo il comunicato del Questore. Il giornale lo pubblicò in grande risalto e ne derivò una fiera polemica politica. 


Nicola Amore convocò in Questura quell'impiegato e lo minacciò di ritorsioni terribili se non avesse ritrattato. Il nostro eroe, che doveva essere un tipo tosto, uscito dalla Questura ritornò al Roma e raccontò delle minacce subìte facendo nomi e cognomi. A quel punto la polemica si infiammò e raggiunse il Parlamento. La conseguenza fu che Nicola Amore venne destituito dall'incarico di Questore. In quegli infelici tempi i lavoratori non avevano protezioni previdenziali e perciò le vedove e gli orfani delle vittime restarono alla fame. Le uniche forme di protezione erano solo le Casse Mutue finanziate con contributi dei lavoratori. Ebbene in quella triste occasione ci fu una grande manifestazione di solidarietà: tutte le Casse Mutue meridionali destinarono al sostegno delle famiglie delle vittime tutti i loro fondi cassa. Un episodio meraviglioso di solidarietà operaia. Le condizioni di lavoro furono ripristinate ma nessuno, dico nessuno, ha mai pagato per quelle vittime innocenti.


Qualche giorno dopo i fatti l'appaltatore, che si recava all'opificio in calesse -mentre passava sul Ponte dei Francesi fu raggiunto da alcuni colpi di pistola. Venne ferito gravemente ma sopravvisse (mi verrebbe da aggiungere purtroppo)
Dopo di che l'episodio venne colpito dalla più ignobile "damnatio memoriae".
I sindacati comparvero in Italia una trentina di anni dopo ma l'episodio non venne mai ricordato.
Come ho detto esso è tornato all'onore della cronaca da qualche decina d'anni. Penso di avere dato un modesto contributo perché, letta la notizia sul libro che vi ho detto, approfondii la ricerca andando nella Biblioteca nazionale, Mi lessi i giornali dell'epoca seguendo tutta la polemica Pubblicai i risultati di quella ricerca e qualcuno li avrà letti. Comunque, un grande merito va attribuito al compagno Giuseppe Giammetta, porticese e segretario provinciale FILT/ CGIl di Napoli che promosse un comitato per ricordare e celebrare l'avvenimento. La lapide che trovate nell'opificio (ora Museo Ferroviario) è frutto di quella benemerita iniziativa.

PS. Per chi ne avesse voglia i giornali e i documenti sono nella Sezione Napoletana della Nazionale, nella Lucchesi Palli e nell’Emeroteca. Sempre alla Nazionale di Napoli.

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