L’ALIBI È IL MIGLIORE ALLEATO DELLA CAMORRA

Scritto da Francesco Donato Perillo Il . Inserito in A gamba tesa

piazza nazionale spari

Gli spari, le stese, le faide sono solo la punta dell'iceberg, la parte visibile e scenografica - quasi fosse un drammatico set per la serie permanente della Gomorra reale - di un modo di essere, una mentalità virale e connivente che infesta da secoli le viscere della città.


La camorra è diffusa, capillare, pervasiva e untuosa come l'acqua di fogna. Penetra i vicoli e invade le piazze dello spaccio, ma anche quelle di un modo di vivere e di comportarsi alternativo alle regole. Cos'altro è se non camorra lo sfruttamento al nero tanto dei migranti nell'edilizia e nelle campagne di Castelvolturno, quanto dei giovani para-occupati nei bar e nelle friggitorie di un turismo a tal punto straccione e improvvisato da essere funzionale agli interessi di chi opera nel mercato dell'abuso e dell’illegalità?


E gli spazi urbani sottratti alla comunità dalle movide senza limiti, dai presidi dei parcheggiatori, degli abusivi di ogni tipo e colore della pelle, dell'accattonaggio organizzato con postazioni assegnate, davanti ai supermercati, dovunque vi sia un esercizio utile, sotto i nostri monumenti, fin dentro i nostri ospedali?
"Napoli è di chi se la piglia" è il ritornello amaro che passa di bocca in bocca tra i cittadini. Ma è la camorra che se la piglia, il mostro con cui da almeno due secoli conviviamo, che allunga i suoi tentacoli dovunque vi siano gli spazi lasciati non solo dallo Stato che non c'è, ma soprattutto dall'indifferenza e dalla sciatteria di massa di troppi suoi abitanti. Borghesi, non solo lazzaroni che dai tempi di Masaniello si moltiplicano in città e alimentano la cultura del clan.


Lasciamo alle tante analisi sociologiche la discettazione sulle cause del fenomeno. Oggi a noi interessa solo ciò che abbiamo sotto gli occhi: che mai più un proiettile sparato per ragioni tribali raggiunga per sbaglio il petto innocente di una bambina. Certo bisogna sgominare i clan e decapitare chi li comanda, una guerra che – bisogna riconoscerlo- le forze dell’ordine combattono senza tregua. Ma pur decapitato, il mostro si rigenera da solo, ai vecchi boss si sostituiscono le baby gang, alle faide tra le grandi famiglie le stese per il dominio del territorio. Al contrabbando la droga, al pizzo il riciclo del danaro in ogni sorta di attività speculativa dal Sud al Nord, in Italia e all’estero. Perché la camorra si nutre di vuoto e di bruttezza: quella bruttezza che ha il suo epicentro in una città che paradossalmente fa della bellezza la propria bandiera. Si nutre del degrado di una città da troppi anni non amministrata e lasciata andare all'esaltazione e al folclore di un’autonomia anarcoide e insofferente delle regole.


Non serve l'esercito, serve uno stile diverso nel passo della politica cittadina come nel rigore di ogni insegnante, imprenditore, professionista, commerciante che nel lavoro quotidiano esiga regole e rigetti piccoli e grandi compromessi. L’alibi del “così fan tutti”, o quello della necessità dell’adeguarsi per sopravvivere, è il miglior alleato dei clan.

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