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Salvatore Emblema alla galleria Fondi

Scritto da Luca Murolo Il . Inserito in Mostre

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Sabato 18 maggio è stata inaugurata la mostra “Costruire e comporre cinquanta-ottanta”, con le opere di Salvatore Emblema, alla galleria Fondi, la seconda personale dell’artista di Terzigno presentata alla galleria di via Chiaia, che si avvale di opere prestate dalla collezione degli eredi, rielaborando quello che è stato il concetto espositivo ideato dallo stesso Museo Emblema di Terzigno, nell’ambito del calendario delle iniziative espositive per il 2019.


Nato a Terzigno, alle falde del Vesuvio, nel 1929, Salvatore Emblema studia nella vicina Scuola del Corallo di Torre del Greco, e poi all’Accademia di Belle Arti a Napoli. Dopo essersi spostato a Roma, dove tiene la sua prima mostra, viaggia parecchio, ma è negli Stati Uniti che miete i primi successi. Di grande rilevanza sarà l’amicizia che lì stringerà con Mark Rothko, e la frequentazione del suo atelier influenzerà lo stile pittorico e la ricerca manieristica dell’artista Vesuviano. Racconta la moglie, Raffaela Auricchio, che un giorno il maestro Newyorkese di origine lettone, gli disse: “Tu per conoscere la pittura vieni in America…..Noi, invece, per conoscere la pittura veniamo a Pompei”. Collabora con il cinema, in particolare con le produzioni di Dino De Laurentis, per cui dipingerà un ritratto alla moglie, l’attrice Silvana Mangano, e con lo scenografo Mario Chiari. È sempre negli Stati Uniti che incontra il critico d’arte Giulio Carlo Argan, che darà il nome “Trasparenza” agli studi che Emblema sta portando avanti in quel momento, e caratterizzeranno tutta la sua opera.

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L’uso della tela di sacco, la juta, al posto della normale tela per dipingere, accompagna Emblema sin dagli albori del suo percorso artistico, e quello che lo intriga maggiormente di questo materiale è il gioco delle luci e dei colori creati attraverso di esso. Appunto “Trasparenza”. I suoi materiali sono naturali, foglie, fascine ed il paesaggio stesso, e la natura è sempre la protagonista delle sue opere, come possiamo vedere in “Ricerca sul vento”, dove le sue tele, rigorosamente di juta, stese al vento come panni ad asciugare, non sono il centro del lavoro, ma lo è il vento stesso. Ed in “Ricerca sul paesaggio” è la famosa trasparenza di cui sopra, attraverso la juta colorata, a “disegnare” il paesaggio. Emblema muore nel 2006, dopo essersi ritirato nella sua villa a Terzigno, dove la famiglia ha aperto un museo dedicato alla sua opera, e costantemente si adopera per non ridurlo ad un mausoleo autoreferenziale, condividendo le sue opere con gallerie e strutture che stimano la sua opera nel mondo intero. Al Museo Madre è presente una sua tela, donata dallo stilista Ernesto Esposito.

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Nella galleria di Gianluigi Fondi le opere saranno visibili fino al 26 luglio. Disposte in maniera geniale ed accattivante, al fine di mostrare i cambi manieristici e materialistici, che l’artista ha operato durante la sua carriera, infatti coprono un ampio raggio temporale, da cui il titolo stesso dell’esposizione. Il visitatore può immediatamente ammirare tre lavori che, pur portando chiaramente gli stilemi di Emblema, sono essenzialmente diversi tra loro. Le grandi “fiamme” di colore, “Altro spazio”, opera tridimensionale tra le più conosciute dell’artista, ed un pannello di juta, dove traspare l’influenza di Rothko. La mostra continua nelle altre sale della galleria, ed in un anfratto, tra una stanza e l’altra, dove si può consultare una mini-rassegna stampa sull’artista, c’è, a mio parere, un piccolo quadro esplicativo di tutto il pensiero di Emblema: un paesaggio, filtrato in “Trasparenza” dalle sue tele di sacco colorate.

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