fbpx

DONNE, FIGLI E DEMOGRAFIA

Scritto da Ernesto Nocera Il . Inserito in Vac 'e Press

mamma e figlio

Le questioni demografiche sono da trattare con prudenza e con lo sguardo ”lungo” poiché i loro effetti si dispiegano dopo anni. Tipico caso: il pensionamento massivo dei ”baby-boomers” in un ‘epoca di contrazione della categoria dei contribuenti a seguito di riduzione di natalità.

Fralaltro ciò significa la diminuzione delle donne fertili e quindi l’innesco di una spirale perversa che può essere evitata solo incrementando l’indice di fertilità. È certo che l’Italia da oltre un decennio perde circa 170mila abitanti all’anno per il saldo negativo fra nascite e morti. Quest’anno già ci sono 5000 prime elementari in meno per mancanza di alunni. Aumentano, nel contempo, le fasce degli ultraottantenni col conseguente dissesto del SSN. Di ciò dovrebbero preoccuparsi quarantenni che andranno in pensione fra 20 anni e si confronteranno con un sistema a ripartizione con una platea di “contribuenti” in diminuzione.


Il luogo comune, falso come tutti i luoghi comuni, dice che il fenomeno derivi dalle difficoltà economiche cui vanno incontro le giovani generazioni. Se fosse vero nei quartieri poveri dovremmo avere zero natalità. Invece sono i soli in cui sono ancora presenti famiglie con oltre 5 componenti.
Si tratta invece di un fattore culturale legato all’incremento della emancipazione femminile e dal crescere del benessere sociale. L’Italia del 1964 aveva l’indice più alto del mondo occidentale: 2,7 figli per donna. Tale indice scivolò rapidamente verso il tasso di sostituzione di 2,1 figli per donna. Negli anni che vedono un rapido incremento del PIL pro-capite abbiamo un drastico ridursi del tasso di fertilità. Aumenta il benessere e diminuisce la tendenza delle donne ad avere figli.


Qualche dato aiuterà il ragionamento:


Negli anni ‘60 il PIL italiano pro capite era pari al 44,8% di quello Usa ed al 77,8 % di quello tedesco. Nel 1964 il tasso di fecondità raggiunse il tasso record di 2,7 figli per donna. Il trentennio successivo fu un periodo di crescita. Nel 1990 il PIL italiano pro capite era Il 71,4 % di quello USA (27 punti di incremento) ed era quasi pari a quello tedesco (96,3 %) con circa 20punti in più nello stesso periodo il tasso di fertilità CROLLA dal 2,7 del 1964 all’1,35 (1990) e addirittura all’1,19. Il tasso più basso del mondo. Ricordo che il tasso di sostituzione, quelle che assicura l’equilibrio attuale è di 2,1 figli per donna. L’1,19 è semplicemente un disastro demografico (Dati che ricavo da: A.Golini: Italiani poca gente Ed. LUISS. Leggetelo).


Gli studiosi hanno rilevato che il cambio di atteggiamento delle donne, italiane in particolare, nasce col ‘68 e l’affermazione del principio: il privato è politico e in base al quale ciò che conta è il “mio“ benessere personale senza più riferimenti ai doveri della socialità che hanno garantito la sopravvivenza della nostra specie. Qualche sociologo ha anche trovato una correlazione fra il calo delle nascite e l’incremento del livello di istruzione femminile e nella invasione femminile delle Università in cui le donne, adesso, superano abbondantemente i maschi con presenze significative in settori tradizionalmente maschili come le facoltà tecniche e scientifiche. A mio parere è una conclusione superficiale ed erronea. Vale molto più la spiegazione sociale. La riprova sta nel fatto che l‘istinto della maternità ad un certo punto si ridesta e verso i 40 anni quasi tutte si accorgono che, per una donna, avere un figlio è importante. La Natura però ha i suoi insopprimibili ritmi e verso quell’età la fecondità ha un drastico abbassamento. Essere primipare a 40 e più anni è difficile e, a volte, pericoloso. Ecco dunque la ricerca di partners affidabili o il ricorso alle tecnologie riproduttive. Ciò incrementa il fenomeno negativo del figlio unico e del problema di affrontare l’adolescenza dei figli non con l’energia della maturità ma con le” defaillances” della vecchiaia.


La Natura ha fatto bene le cose e perciò i figli bisognerebbe averli in giovane età. Come del resto accadeva fino a 50 anni fa. Mia madre aveva 23 anni alla mia nascita e nel quartiere popolare dove abitavo le primipare avevano tutte, più o meno, 20 anni.
I numeri sono chiari: il rifiuto o il procrastinarsi della maternità o, più precisamente, della genitorialità con le responsabilità e le limitazioni alla libertà personale che ne conseguono sono influenzati da fattori culturali. Non economici. Il fattore economico è del tutto marginale. C’entra molto la fiducia nel futuro e il superamento di quella adolescenza prolungata che affligge la nostra gioventù.


Un paese vecchio è destinato a scomparire. Già adesso gli ultraottantenni sono più degli infra-quindicenni ed addirittura in crescita la fascia estrema dei centenari. Nemmeno l’immigrazione riesce ad invertire il processo. Il fatto che le immigrate subito adottino il comportamento delle italiane (salvo le musulmane) conferma la natura sociale e culturale, non economica, del fenomeno.


Non servono né prediche né parole ma una politica sociale di lunga prospettiva fatta di ampliamento dei servizi alle famiglie giovani (nidi, asili ecc) che consentono di conciliare il lavoro ed il carico familiare. Conta molto la preparazione della gioventù alla genitorialità condivisa.
Ci vuole la politica. La grande politica con la P maiuscola. Finora nessun partito la prevede nei suoi programmi.


Penso che in questo campo la Sinistra dovrebbe avere un ruolo di avanguardia. Ci riuscirà? Lo spero e spero che proprio le giovani generazioni, i giovani quadri dirigenti affrontino il problema in tutta la sua complessità.