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Campania segreta: S. Angelo in Formis

Scritto da Luca Murolo Il . Inserito in Port'Alba

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L’abitato di S. Angelo in Formis sorge a pochi chilometri da Santa Maria di Capua Vetere, l’antica Capua dei Romani. Ancora un paio di chilometri più in alto, sul monte Tifata, c’è la splendida Basilica che gli da il nome.

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Luogo di culto sin da tempi remotissimi, sembra che già nel VI secolo a.C. vi fossero un tempio, anche se i primi elementi, le prime tracce certe, un grande podio in tufo grigio, tuttora visibile ed inglobato nel basamento dell’attuale struttura, risalgono al IV secolo a. C.. Il tempio era dedicato alla dea Diana, già adorata nella civiltà “villanoviana”, che precedeva, e da cui si sviluppò poi, quella Etrusca, proveniente dalle zone a nord del Tevere. I primi stanziamenti locali, a sud del Volturno, furono proprio qui, prima di scendere in pianura, verso Capua e nella vicina Cales, dove ancora sono visibili le loro inquietanti mura ciclopiche. Alla cultura etrusca ci riporta, infatti, il nome della dea, Diana Tifatina, dove l’attributo, in lingua etrusca, vuol dire “boschetto coperto di lecci”, che diverrà in seguito il nome stesso della montagna, conosciuta oggi con il nome di monte Tifata. Probabilmente, quest’area boscosa era da sempre ritenuta sacra dalle genti che la frequentavano, la dea che si manifestava nella natura selvatica, la dea lunare, quindi Diana Tifatina, che espresse regionalmente quello che era la Diana Italica.

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Il culto perdurò in epoca romana, le tracce del tempio Romano furono trovate solo nel 1887, e si scoprì che la prima Basilica, eretta dai Longobardi nel VI secolo d. C. e dedicata all’arcangelo Michele, ne ripercorreva il perimetro. La più bella ed interessante caratteristica della Basilica è questa storia che si riflette nell’architettura stessa della chiesa, questa mistura di elementi architettonici, che ne fa un’opera unica nel suo genere. I cinque archi ogivali, di chiara ispirazione araba, sorretti da colonne in marmo ed in granito, sormontate da capitelli corinzi diversi da loro, probabilmente recuperati dal tempio pagano sottostante. La doppia lunetta che sovrasta il portone, contenente rispettivamente le raffigurazioni pittoriche della “Vergine tra gli Angeli” e dell’”Arcangelo Michele”, altra chiara contaminazione, essendo questo un elemento caratteristico delle chiese greco-ortodosse. I magnifici affreschi paleo-cristiani.

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Notizie certe della Basilica si cominciano ad avere nel X secolo, quando il vescovo di Capua, Pietro I, la donò ai monaci cassinesi, ma fu successivamente abbandonata, fino a che nel 1065, un altro vescovo di Capua, Ildefonso, la dette in concessione al re Normanno Ruggero I, che a sua volta, pochi anni dopo, la donò all’abate di Montecassino Desiderio.

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Questi fu un personaggio chiave nella storia di S. Angelo in Formis, il personaggio chiave. Nato col nome di Dauferio, figlio di Landolfo I, il principe longobardo di Benevento, entrò a tredici anni nel monastero di Montecassino, dove mutò nome in Desiderio. Divenuto abate nel 1058, fu nominato vescovo dal papa Gregorio VII, e dopo trent’anni ne fu successore con il nome di Vittore III. Ne continuò la sua opera politica e di grandi riforme solamente per poco tempo, perché dopo soli quattro mesi che ascese al soglio pontificio, vecchio e malato, si spense nella sua amata Abbazia di Montecassino. Come abate fu lungimirante e già seguiva la politica riformista di Gregorio VII, e si occupò della difficile mediazione politica con i Normanni, che all’epoca si stavano stanziando in tutta l’Italia meridionale. Sotto di lui Montecassino visse il suo momento di massimo splendore, divenendo il più importante centro culturale e strategico del Meridione.

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Curò la Basilica trasformandola con migliorie e restauri, la dotò dei meravigliosi affreschi e mosaici che ancor oggi possiamo ammirare, chiamando maestranze da Bisanzio, ed è per questo che oggigiorno, parlando di S. Angelo in Formis, non si può prescindere dall’abate Desiderio, al secolo papa Vittore III.

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