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La verità e le favole

Scritto da Paolo Donadio Il . Inserito in Il Palazzo

Evviva le primarie, evviva il PD.
Ma quale PD, di grazia? Il PD di Bersani e delle visite alle fabbriche (che chiudono lo stesso)? Il popolo di Vendola, che sente il richiamo del cuore e si precipita a votare? La classe dirigente della Bindi che ha fatto ‘tanto bene’ in questi anni (e per questo non vuole schiodare)?

Il PD di D’Alema che accusa i giornalisti di essere tutti schierati a favore di Renzi (a parte Repubblica e il TG3, piccoli dettagli). La coalizione (?) trainata dal PD e che si porta dietro SEL, Socialisti e forse pure Casini e lascia qualche finestra aperta – perché no - a centristi, dipietristi e transfughi vari?
Il dubbio su quale PD esca fuori dalle primarie, sacrosanto esercizio di democrazia e mito fondativo del PD stesso, sembra legittimo se consideriamo le riflessioni dei due contendenti sul proprio linguaggio all’indomani dei risultati. Riflessioni metalinguistiche, quindi. Le dichiarazioni dello sconfitto e del vincitore, ognuno sulla propria lingua e rese pochi minuti dopo le percentuali delle primarie, sono importanti per due motivi: innanzitutto perché si è capito, forse grazie anche a queste primarie, che la forma di ciò che viene detto è importante quanto la sostanza stessa (e questo sarebbe già un bel passo avanti per la sinistra italiana). E poi, nei casi di Renzi e Bersani, perché ci fanno capire qualcosa in più su quanto è successo il 2 dicembre 2012 e su quanto di nuovo avanza sulla scena politica.
Renzi ha parlato del suo linguaggio come improntato alle parole ‘comunità’, ‘leggerezza’, ‘innovazione’. Parole non nuove, per chi legge la politica internazionale, ma sicuramente nuove per il contesto italiano. Queste parole, per Renzi, sono la cifra di un modello alternativo al PD di Bersani, etichettato da Renzi stesso come partito-ditta, partito- struttura, partito - lago.
Bersani non ha parlato della sua lingua contro Renzi, né ha dato valori a un modello alternativo al proprio. Nella migliore tradizione a sinistra, ha preferito far parlare le cose, i fatti, la sua esperienza. Però ha parlato del “linguaggio di verità” con cui parlerà agli italiani nella competizione elettorale contro la destra, contro il linguaggio delle “favole”. E noi tutti sappiamo che il linguaggio delle favole è il linguaggio di Berlusconi, del contastorie per antonomasia, che incanta e convince ma alla fine non dice nulla.
Però anche il “linguaggio della verità” non è una novità per la politica italiana. Neppure per la politica tout court, a dire il vero. A voler trovare l’esempio più recente, era il linguaggio della “proposta seria” di Prodi uno e due. E anche le favole, purtroppo, non sono una novità, ma chiamano in causa l’avversario degli ultimi vent’anni, prefigurando uno scontro che ripeterà gli scontri del passato.
Ma stai a vedere che l’elezione di Bersani anziché traghettarci verso la terza Repubblica riporta indietro le lancette dell’orologio? Sta a vedere che dovremo difenderci ancora da chi ci bolla come “comunisti” (vedi il titolo di oggi 3 dicembre 2012 de Il Giornale http://www.giornalettismo.com/archives/637317/la-sinistra-non-cambia-restano-comunisti/)? Speriamo proprio di no. Ma contro la spavalda sicurezza di tanti dirigenti PD, che hanno vinto le primarie e pensano di aver già vinto le politiche del 2013 (Bindi, Letta, ecc.), ricordiamoci che la verità non è mai una e, come sanno tutti i bambini, esce fuori sempre quella di chi è più bravo a raccontarla.