Colto sul fatto

Scritto da Mauro Malafronte Il . Inserito in La Bufala

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È tante cose, Marcello Dell’Utri: braccio destro di Silvio Berlusconi, ideatore di Forza Italia, Senatore della Repubblica, membro del Consiglio d’Europa e dell’Opus Dei, bibliofilo, studioso ed intellettuale prima che politico. In quella vita c’è un pezzo del nostro Paese che abbiamo il dovere di conoscere, c’è l’esatta evoluzione degli eventi, il filo logico che fa riacquistare senso ad avvenimenti altrimenti indecifrabili.

A volte basta “mettere in fila i fatti” per accorgersi che tutto è scandalosamente chiaro, che non ci sono misteri, ma solo “segreti custoditi nelle stanze del potere.”
Il 25 Marzo 2013 la terza sezione della Corte di Appello di Palermo ha condannato Dell’Utri in secondo grado di giudizio alla pena di 7 anni di reclusione per concorso esterno in associazione mafiosa: i giudici hanno ritenuto Marcello Dell’Utri il tramite,l’intermediario (in primo grado si utilizzò il termine “ambasciatore”), tra la mafia e Berlusconi per l’intero periodo intercorrente tra il 1974 ed il 1992. Stando a quanto si è stabilito in primo grado ed in appello, Dell’Utri è organico a Cosa Nostra da circa un trentennio, fungendo da “ponte” tra Milano e Palermo nel progetto mafioso di entrare nel circuito economico ed imprenditoriale del nord Italia. Ha agganciato, per conto delle famiglie mafiose, Berlusconi, quest’ultimo “vittima consapevole” perché spaventato dalla minaccia dei sequestri di persona, ed ha “infiltrato” Vittorio Mangano perché coltivasse i contatti per conto di Stefano Bontade. Le motivazioni della sentenza di primo grado chiariscono il ruolo dell’ex Senatore: “il Dell’Utri ha concorso nelle attività della associazione criminale chiamata Cosa Nostra, nonché al perseguimento degli scopi della stessa, mettendo a disposizione della medesima associazione l’influenza ed il potere derivanti dalla sua posizione di esponente del mondo finanziario ed imprenditoriale, nonché delle relazioni intessute nel corso della sua attività, partecipando in questo modo al mantenimento, al rafforzamento ed alla espansione della associazione medesima, ad esempio, partecipando personalmente ad incontri con esponenti di vertice di Cosa Nostra,nel corso dei quali venivano discusse condotte funzionali agli interessi della organizzazione; intrattenendo rapporti continuativi con l’associazione per delinquere tramite numerosi esponenti di rilievo di detto sodalizio criminale, tra i quali Stefano Bontade, Girolamo Teresi, Ignazio Pullarà, Raffaele Ganci, Vittorio Mangano, Gaetano Cinà, Salvatore Riina, Giuseppe Graviano; ponendo a disposizione dei suddetti esponenti di Cosa Nostra le conoscenze acquisite presso il sistema economico italiano e siciliano, così rafforzando la potenzialità criminale dell’organizzazione in quanto, tra l’altro, determinava nei capi di Cosa Nostra la consapevolezza della responsabilità del Dell’Utri a porre in essere condotte volte ad influenzare, a vantaggio dell’organizzazione, individui operanti nel mondo istituzionale, imprenditoriale e finanziario.”
Dopo la morte di Stefano Bontade (il capo della mafia dell’epoca), con la la presa di potere dei “coreleonesi” Salvatore Riina, Leoluca Bagarella e Bernardo Provenzano, Dell’Utri ha spostato le relazioni milanesi “dalla vecchia alla nuova mafia.” Ecco uno stralcio di quanto è stato ricostruito:“La promessa di aiuto politico a Cosa Nostra, proveniente da un soggetto che,in quel momento storico, si poneva quale organizzatore di un nuovo partito, aveva un effetto rassicurante per il sodalizio criminale; lo orientava verso il sostegno a Forza Italia, incoraggiandolo a nutrire aspettative favorevoli in un momento di crisi profonda. Siffatta condotta rafforzava l’organizzazione criminale, ingenerando il convincimento di raggiungere obiettivi fondamentali della sua strategia criminale, addirittura contando sui massimi vertici della politica nazionale. Una promessa reputata, in quel frangente,seria e affidabile negli ambienti mafiosi.”
I giudici di appello hanno ritenuto comprovato il rapporto del Dell’Utri con l’organizzazione criminale fino al 1992, ma è del tutto evidente che, come pure risulta da altre risultanze processuali, quei rapporti siano continuati: l’abbraccio mortale di Cosa Nostra continua negli anni. Su questo successivo periodo non ha sentenziato la Corte, rendendo ancor più stringente l’obbligo di “scontrarci” con la verità. La stagione politica di quegli anni presenta un virus al proprio interno, un macigno in grado di paralizzare l’intero Paese.
Novembre 1993, Milano. Marcello Dell’Utri è nel pieno di una grande avventura, un progetto che coltiva almeno dalla primavera del 1992. A raccontarlo è l’ex democristiano milanese Ezio Cartotto, amico di vecchia data di Berlusconi, incaricato proprio da Dell’Utri di verificare l’opportunità di mettere in piedi un nuovo partito con a capo l’imprenditore milanese. “Operazione Botticelli”, così viene denominata. Il 4 aprile 1993 avviene l’incontro che apre l’avventura politica di B. ad Arcore, alla presenza anche di Bettino Craxi, prossimo alla latitanza: è’ in quel momento che ha inizio la parabola di Forza Italia. In quei giorni cambia la storia del nostro Paese, tra Tangentopoli e le stragi del ‘93-‘94. A Novembre Dell’Utri ha due appuntamenti con Mangano. Di cosa discutono? Di cosa parlano l’ideatore del partito Forza Italia e il capo mandamento di Cosa Nostra? “Mangano -dichiarerà Dell’Utri anni dopo- era solito venirmi a trovare a Milano, prospettandomi questioni di carattere personale, spesso attinenti a motivi di salute”. Dalle risultanza processuali e dalle dichiarazioni di numerosi collaboratori di giustizia sappiamo certamente che i due discutono piuttosto delle garanzie da dare a Cosa Nostra,oltre che di affari. Quegli incontri suggellano il patto: il co-fondatore di Forza Italia e Mangano, nuova politica e nuova mafia che ricontrattano i rapporti di forza. La “trattativa eterna” emerge per un attimo in tutta la sua straordinaria potenza, perché in quel preciso istante è possibile intravedere l’essenza del sistema di potere del nostro Paese: “Abbiamo il Paese nelle mani.” Graviano lo confidò a Gaspare Spatuzza poco prima delle elezioni del 1994, durante la preparazione dell’attentato, poi fallito, allo stadio “Olimpico” di Roma.
Il 9 maggio, dato il rinvio dell’udienza chiesto ed ottenuto dai legali dell’ex Senatore, avremo la sentenza definitiva della Corte di Cassazione, in una vera e propria corsa contro il tempo, tra gli ostacoli della prescrizione(scatterà dal prossimo Luglio) e della sempre più intricata questione della estradizione, con le autorità libiche che valuteranno nei prossimi giorni gli indizi che hanno portato le autorità italiane a chiedere l’arresto di Dell’Utri. La richiesta di estradizione al momento, infatti, è stata inoltrata solo sulla base del mandato di custodia cautelare(tra l’altro impugnato dai difensori dell’ex Senatore) emesso dai giudici della Corte d’appello di Palermo. Troppa confusione, troppi pareri discordanti, troppa approssimazione stanno rendendo tutto prodigiosamente complesso. Forse, basterebbe lasciargli un microfono, dandogli la possibilità di partorire una delle sue perle da bibliofilo consumato: “Non esiste la mafia. Non c’è un posto dove bussi e chiedi se lì c’è la mafia. Non ha un direttore generale la mafia. La mafia è uno stato d’animo.” Come scriveva Indro Montanelli: Dell’Utri è un uomo colto, soprattutto sul fatto.

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