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Perché io e Nietzsche diciamo no ai test di ingresso

Scritto da Francesca Scarpato Il . Inserito in La Bufala

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Lo ricordo bene, come se fosse ieri, quel giorno di settembre di ormai 4 anni fa in cui tentai i test di accesso alla facoltà di Medicina.

Faceva ancora molto caldo ma neanche ci facevo caso, dopo aver trascorso le ultime 3 estati a frequentare corsi (ovviamente a pagamento) per approfondire materie quali chimica, fisica e biologia (che in un Liceo Classico non approfondisci, da programma, più di tanto), su libri ad hoc, non vedevo l’ora di trovarmi faccia a faccia con quel test tanto temuto che mi avrebbe permesso, un giorno, di entrare, lavorativamente parlando, nel campo medico: proprio come mio padre.
Arrivai molto presto la mattina ed entrai; mi chiesero subito di consegnare il cellullare e mi assegnarono un posto. Eravamo tantissimi, un marea di giovani in dei banchetti singoli, disposti in fila per uno, in uno dei capannoni della Mostra d’Oltremare. 

Mi consegnarono una busta chiusa e alle 9:00 precise i “sorveglianti” ci consentirono di aprirle in contemporanea. Iniziai il mio test; decisi di affrontare subito la parte dedicata alla biologia, alla chimica e alla fisica, poi mi occupai di logica e matematica e lasciai per ultime tutte quelle di “cultura generale” che, per la precisione, rappresentavano più della metà delle domande dell’intero test: Manzoni, Leopardi, i desaparesidos, chi presentò il festival di Sanremo nel 1994, i colori della bandiera della Crimea e così via.
Mi avevano raccontato molte cose sui “meccanismi” dei test di ingresso: mi avevano raccontato che su un tot di posti, più della metà erano già stati assegnati ai cosiddetti “raccomandati”, mi avevano raccontato che per questo molti non si presentavano neanche di persona, mi avevano raccontato che molti si presentavano ma consegnavano il test in bianco cosicché qualcuno, al loro posto, lo avrebbe completato una volta riconsegnato e proprio per questo mi avevano tante volte consigliato di desistere e godermi le mie vacanze. Ma sono sempre stata una testa dura. Amante dello studio, sin da piccola ero sempre riuscita in tutto quello che facevo. Non potevo proprio non provare. Non potevo credere a tutte quelle “storie di raccomandazione” e un po’ per orgoglio e un po’ anche per quell’ammirazione che ho sempre avuto nei confronti di mio padre, provai; volevo essere come lui, volevo che lui fosse fiero di me. Ed è per questo che ce l’avevo e ce l’avrei messa tutta.
E poi incrociai lei!
Era la mia “vicina” di posto; seduta alla mia destra. Oggi i dettagli della sua figura sono sfocati nei miei ricordi ma non dimenticherò mai il suo sorriso; era un bel sorriso di quelli che sicuramente non ti aspetti di vedere in un posto del genere ma, si sa, ognuno affronta le “difficoltà” a proprio modo.
In ogni caso iniziammo: come vi ho già raccontato decisi subito di dedicarmi alla parte più “tecnica” del test e fui completamente assorbita e concentrata per più di tre quarti d’ora ma quando mi presi un secondo di pausa per affrontare la seconda parte, quella di “cultura generale” [che sicuramente è una cosa su cui non puoi prepararti perché, a parte alcuni argomenti che sembrano uscire più di frequente, è una qualcosa che spazia in troppi settori] mi guardai un po’ intorno e vidi questa scena: il “sorvegliante” del mio settore che “passava e spassava” accanto il banchetto della mia “vicina” e le suggeriva le risposte.
E non vi ho ancora raccontato la cosa più bella!
C’era una domanda, sempre tra quelle di “cultura generale”, che chiedeva: chi ha ispirato il super uomo di D’Annunzio.
La risposta in questione era anche abbastanza semplice: Nietzsche.
Ora, il “sorvegliante” passa e suggerisce alla nostra nuova amica il nome in questione. A questo punto mi volto verso di lei per osservarla e noto che col volto un po’ turbato aveva iniziato a guardarsi ripetutamente intorno finchè il “suo sorvegliante” ripassò. A quel punto la vidi sporgersi e chiedergli: “scusami ma qui non ci sta scritto Nice”. Ovviamente la fanciulla si aspetta di trovare scritto il nome così come il nostro “sorvegliante” glielo aveva pronunciato e non Nietzsche.
Da quel momento il tempo iniziò a scorrere più velocemente. Col cuore che mi batteva a mille e la rabbia che montava dentro di me, completai il test, lo riposi nella busta e lo consegnai. Uscii dalla tendostruttura in fretta e furia mentre mi ritornavano in mente, una ad una, tutte le “storie di raccomandazione” che mi avevano sempre raccontato e a cui non avevo mai creduto.
Una volta a casa non persi tempo e decisi di iscrivermi subito alla facoltà di Giurisprudenza della Federico II. La mole di studio non mi aveva mai spaventato e tutto quello che ora volevo era conoscere. Volevo conoscere il nostro sistema giuridico, volevo capire perché, in Italia soprattutto, determinate cose dovessero andare così e soprattutto perché nessuno riusciva a porvi rimedio. Ma volevo anche capire come, un giorno, avrei potuto dare un mio, seppur piccolo, contributo.
Ecco perché quando ho saputo che qualche giorno fa, in Parlamento, si iniziava la discussione per l’abolizione di quest’ultimi, ho esultato.
Perché al di là del sistema malato che permette per lo più (con dovute eccezioni) “ai figli di, fratelli di, conoscenti di” di accedervi, continuo a non capire come un test con più della metà delle domande di “cultura generale” (dove ripeto che per “cultura generale” si va dalla storia, al gossip, al titolo dell’ultimo libro di Oriana Fallaci) possa effettivamente valutare l’attitudine di un giovane ad essere un giorno un buon medico.
Ogni anno vedo migliaia e migliaia di giovani prendere parte a questo “teatrino”. C’è chi ci prova per la prima volta e c’è chi invece ci prova e riprova anche per 4-5 anni di seguito, perché tutto sommato inseguire un proprio sogno non è cosa da poco. Non importa quanto tempo si “perda” e neanche quanti soldi vengano spesi. E si perché, in tutto questo, non ho ancora accennato al business esistente intorno tali test: corsi di preparazione, gamme di libri creati ad hoc, “la piccola” quota solo per prendervi parte, e preferisco non scendere in ulteriori dettagli.
Gandhi predicava: “Sii il cambiamento che vuoi vedere nel mondo”.
Ecco, se la mia generazione prendesse coscienza di tutte quelle cose che non vanno nel nostro presente e reagisse, sono sicura avremmo tutti un futuro migliore ed eviteremmo di far periodicamente rivoltare Nietzsche nella tomba.

PS. Per gli amanti della cronaca: non superai il test di ingresso per soli nove posti. Ma non ho mai controllato la lista di scorrimento ne avuto ripensamenti sul percorso di studi poi intrapreso.