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Il derby dell'identità

Scritto da Gabriele Esposito Il . Inserito in Il Pallonetto

identità

A sei mesi dagli incidenti di Roma, che hanno portato alla morte del giovane tifoso napoletano, Ciro Esposito, va in scena, in un San Paolo vuoto per metà, senza tifosi ospiti, il derby del Sud tra Napoli e Roma. Il ricordo di Ciro e la preoccupazione per eventuali ripercussioni o rivendicazioni, ha spinto l’Osservatorio Nazionale sulle Manifestazioni Sportive, di concerto con gli altri Organi preposti, a vietare la trasferta ai tifosi giallorossi, attraverso il divieto di acquisto per l’incontro a residenti nel Lazio.

In un’arena dove Masaniello e Pulcinella ospitano Romolo e Remo, che arrivano in aereo e restano in località top secret e blindata, per evitare possibili contatti con le frange più ostili del tifo, il popolo partenopeo vuole e riesce a vincere la doppia sfida, sportiva e comportamentale, nel segno di Ciro, ricostruendo o costituendo, intorno alla figura del giovane Ciro una nuova identità, migliore ed esportabile.

Così l’empatia diventa il motore conduttore della sfida, propagando l’energia dagli spalti attraverso dei fili sottili, rappresentati da canti e coreografie, giungendo ai giocatori che trasformano i tradizionali gladiatori romani in fiere sacrificali, come nelle classiche rappresentazioni al Circo Massimo. I giocatori azzurri, diretti in maniera astuta, da un mai così pragmatico Benitez, non sbagliano nulla e attraverso i suoi scugnizzi veraci (Insigne) ed acquisiti (Higuaìn e Callejon) sciorinano giocate funamboliche e spettacolari che infiammano un pubblico che ricorda sempre i fasti di Maradona, sperando di riviverli.

La compostezza del tifo azzurro, impegnato a incoraggiare i propri beniamini, è la giusta declinazione del messaggio distensivo lanciato, in tutti questi mesi dalla signora Leardi, madre di Ciro, e dallo zio del giovane tifoso, Vincenzo Esposito, che comprende e difende il calcio come ultima spiaggia dell’identità di una società che trova difficile trovare azioni aggreganti e miti positivi, attorno ai quali i giovani possano guardare come modello.

La domanda, però, è: “Possibile che ad uno spettacolo del genere, il derby del Sud, non possano assistere entrambe le tifoserie per uno spettacolo di colori e di passioni, senza paragoni?” La risposta è, purtroppo, no, almeno nell’immediato. Al ritorno assisteremo, forse, ad un’inversione delle posizioni. Sacrificando, come nel gioco della dama, una pedina per parte, a scapito di società del Nord che, storicamente, hanno beneficiato e goduto di queste battaglie popolari, per raggiungere i propri risultati sportivi prefissati.

Lo stadio e i luoghi attigui sono spazi sicuri nei campionati europei che, fino a dieci anni fa, guardavano all’Italia come modello vincente. Se si pensa a Germania e Inghilterra, seppur nazioni dal calore“freddo”, scopriamo che i Teutonici hanno vissuto fino a trent’anni fa divisi da un muro che, buttato giù, ne ha fatto modello d’integrazioni unico, tanto da togliere nelle ultime 4 stagioni un posto nella Champions League, cosa che ha acuito la crisi economica del pianeta calcio italiano; a differenza di quanto accade in Germania, il martedì, il mercoledì ed il giovedì, i tifosi delle vespe (Borussia Dortmund), non disdegnano di fare il tifo per le aspirine (Bayer Leverkusen) o per il ricchissimo Bayern Monaco, consci di un’identità nazionale e di una comprensione di crescita e sviluppo del calcio tedesco. Quanto all’Inghilterra, fa da pensare che in un campionato di 20 squadre, ben 6 squadre sono di Londra, 2 di Liverpool e 2 di Manchester, con incroci, probabili in almeno una delle 38 giornate. In Italia avremo stadi deserti o parzialmente riempiti, con una depauperazione etica, morale e civile.

La morte di Ciro Esposito, di Vincenzo Spagnolo, di Gabriele Sandri, di Filippo Raciti, deve spingere l’Italia a dare risposte a giovani in cerca d’identità, giovani che sono portatori di disagio sociale ed economico, che cercano nel calcio un momento di aggregazione. Lo sport deve unire e non dividere, i facinorosi devono essere individuati ed allontanati dagli stadi che devono diventare luoghi sicuri per famiglie, come accade nei paesi europei più emancipati. Il tifo deve tornare a essere inteso come supporto, il tifo, le coreografie e gli sfottò, anche i fischi agli avversari vanno bene, quelli beceramente razzisti no.

Il calcio può e deve essere la locomotiva della ripresa del nostro paese, un paese che deve riscoprire unità e rivalutazione dell’altro, uno sport per cui si muore, ma solo di gioia o di dolore e solo per poche ore la settimana.