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Srilankesi e Napoletani, in letteratura.

Scritto da Alessio Arena Il . Inserito in Port'Alba

letteratura tamil

Non credo che Napoli impiegherà secoli a includere e accettare la comunità srilankese, divisa a sua volta in Tamil e Cingalese, come parte integrale del proprio territorio. Anche perché il processo è già cominciato da qualche anno ed è irreversibile. Napoli, nei secoli, non si è mai posta il problema dell’accettazione del diverso, della tolleranza. Il carattere azzardato e terribilmente spontaneo di questa città la porta a fagocitare tutto ciò che vi passa, così le storie, le lingue, le culture.

Ciò che accade nel mio romanzo (La letteratura Tamil a Napoli) è proprio questo: la comunità Tamil in fuga da una guerra tra le più terribili degli ultimi anni, costruisce nel corpo della città, sotto la sua pelle ferita, un mondo parallelo, una miniatura del loro desiderio di libertà e indipendenza, al quale sono stati costretti a rinunciare nel natio Sri Lanka. In dieci, tanti quante le reincarnazioni del Dio Vishnu, pronto a scendere sulla terra per ristabilire il dharma, l’ordine che regola tutte le cose, i protagonisti del mio romanzo costituiscono un’Accademia segreta, che recupera la propria cultura e fonde, mescola con risultati sorprendenti, la propria memoria con quella della città, che li ha visti arrivare ma che ha subito deciso di non curarsi di loro.

Si tratta di un what if, di una visione distopica del passato recente di Napoli e dell'arrivo dei Tamil, come dei Cingalesi, nella nostra città.

È infatti proprio nei sotterranei di Napoli che questi personaggi scoprono la vera anima della città, entrando in contatto con un dolore recente, con i segni di un'altra guerra, il secondo conflitto mondiale, che ha colpito Napoli forse più di qualsiasi altra città. Questo parallelo di orrori non è poi molto diverso dalla barbarie che li ha spinti così lontano dalla propria terra. In questo modo i protagonisti del libro diventano “napo-tamil”, volendo usare un neologismo coniato dagli stessi personaggi del romanzo, che sono ormai parte di una storia nuova, che li vede protagonisti insieme agli antichi abitanti della città.

È questo il punto di partenza per il racconto di un inedito sincretismo tra la cultura induista e la liturgia cattolica, comunque già intrisa di paganesimo, che caratterizza la nostra città dalla sua nascita. Ma si va oltre: Napoli cambia faccia, cambia musica, cambia sapore. Le nuove hit neomelodiche si compongono sulla base di canti rituali tamil, lo ndraccala, la pizza incontra il paruppusilli, tipico piatto speziato dell’isola di Ceylon e così via.

Certo, questo non risponde assolutamente alla realtà dei fatti. È vero il contrario, che entrambe le comunità, pur tollerandosi, non hanno ancora molti punti d’incontro. Ma io credo che anche questo stia per cambiare. Se è vero che nelle manifestazioni degli Srilankesi a Piazza Dante ancora non si vedono napoletani, se è vero che la quasi totalità della clientela delle rosticcerie e dei supermarket Srilankesi è formata solo da persone della loro comunità, sono convinto che prima o poi qualcuno smetterà di stare a vedere le partite a cricket nel Bosco di Capodimonte, e chiederà come si gioca, quali sono le regole. Prima o poi qualcuno sarà davvero incuriosito dai manifesti che coprono i muri della zona Museo, che annunciano concerti e gite in tamil o in sinhala, (ma già anche a Mejugorje e a San Pietro) e che già frequenta la Chiesa del Gesù Nuovo e non solo il tempio buddista a Chiaiano. Qualche napoletano allora si interesserà alla storia e al passato del proprio badante srilankese, perché prima o poi si trova un po’ di coraggio, e qualcuno lo fa un passo avanti. A Napoli è sempre stato così. La cultura può sicuramente impedire la separazione, facendo vedere non solo la realtà delle cose così come sono, ma anche come potrebbero essere.