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Ed ora dialoghiamo con gli Ultras

Scritto da Gabriele Esposito Il . Inserito in Il Pallonetto

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Quando in Italia si parla di violenza allo stadio, il pensiero corre all'Inghilterra. Gli hooligans, sinonimo di tifo violento, sono stati arginati come fenomeno, facendo dell'Inghilterra un modello per la lotta alla violenza all’interno e fuori dagli stadi. Il modello è, a giusta ragione, ritenuto vincente, se si pensa a quello che succedeva negli stadi inglesi fino a metà anni '80. Oggi, in Inghilterra la violenza legata al calcio non è sconfitta, ma i successi ottenuti sono evidenti.

Ci si picchia ancora, si muore di calcio (l'ultima volta a dicembre 2002, un ragazzo di 17 anni ucciso da uno di 19, condannato a 7 anni di carcere), ma quasi sempre gli incidenti avvengono lontano dagli stadi, spesso tra gruppi che si cercano e hanno speso mesi ad organizzare gli scontri. La battaglia contro gli hooligans è durata anni. La tragedia dell'Heysel (Juventus-Liverpool, 29 maggio 1985) ha portato il governo di Margaret Thatcher a stendere la prima legge sul calcio: il «Public Order Act» nel 1986. Da allora, sono stati approvati altri 7 pacchetti legislativi anti-hooligans.         

 I giornali collaborano, non pubblicizzando gli episodi violenti salvo casi eccezionali, ciò ha permesso agli inglesi, in concerto con tutte le azioni normative messe in campo, di ottenere un vantaggio economico e sociale, infatti, da anni l'Inghilterra guida la classifica delle presenze allo stadio per la massima serie (l'Italia è al quarto posto, dietro Germania e Spagna). Gli impianti britannici, inoltre, nel 2011-2012 erano pieni al 96% ed il 20% degli spettatori erano donne. Tutto ciò in stadi senza barriere, con il terreno di gioco protetto solo dalla sua «sacralità» e i tifosi ospiti vicino a quelli di casa. Insomma, il calcio è tornato, sul suolo Vittoriano, uno spettacolo per famiglie. E, infatti, si gioca il 26 dicembre, il 1° gennaio e a Pasqua, il famoso e commerciale all’estero, Boxing Day. Il governo, però, non abbassa la guardia. Per il ministero degli Interni il fenomeno hooligans non è stato debellato, ma contenuto, per cui si utilizza, sempre, massima attenzione per l’accensione di eventuali focolai.

In Italia, sarebbe opportuno guardare allo schema giuridico e concettuale britannico, operando, però, un’opportuna analisi e distinguo dell’elemento Ultras. Indagare e dialogare la fenomenologia di una popolazione che sta imponendo il suo, iniziale, schema di contro-cultura ad una massa colpita da una serie di delusioni generazionali, crisi economica su tutte. Comprendere ciò che si nasconde dietro un malcontento non iscrivibile nel solo tifo, ma che si declina e riverbera in tutte le sfaccettature della società e che s’incrocia e si scontra nella curva, divenendo l’antenna e l’ombelico di un disagio sociale, che trova il suo epicureismo nella demonizzazione dell’altro e dell’ordine costituito. La curva Ultrà è in Italia una sorta di termometro dei sentimenti di Likertiana memoria, un’agorà, dove si può avere voce e visibilità.

Intercettare i motivi per cui si gioisce, scambievolmente, alla gioia di seri infortuni degli avversari; comprendere il motivo per cui le Curve parlino attraverso striscioni, promettendosi battaglia reale; capire, infine, la dimensione e la struttura reale del tifo italiano, permetterebbe di marginalizzare il fenomeno violenza, o contenerlo come accade in tutti i maggiori campionati europei. Reprimere il fenomeno del tifo violento, potrebbe portare ad un’esautorazione della situazione, fino ad arrivare ad un punto di non ritorno. La comprensione “intima” e sociologica di tale problematica sociale, invece, rappresenterebbe il primo step verso una reale e definitiva soluzione. 

Raggiungere e perseguire quest’obiettivo non rappresentano soltanto un perbenismo culturale, ma la ricerca di un’ottimizzazione di un prodotto, come il Calcio, che, nonostante i numerosi competitor stranieri, resta una grande fonte di esportazione e riconoscibilità del paese. Napoli ed il Napoli, tifo e squadra, possono e devono intraprendere questa strada, la politica deve favorire il dialogo tra le parti, incoraggiandolo, inserendosi e prendendosi le sue responsabilità, per quel che è la più genuina espressione culturale di una società. Incontriamoci e discutiamone, un dialogo è possibile.