Può una povera creatura avere giorni perfetti?

         FONTI FOTO:GQ ITALIA, RECENSERIE

Esercizi di filosofia pratica

 

Può una povera creatura avere giorni perfetti?

Sfida alla riflessione filosofica comparando due orientamenti di pensiero proposti dai film Perfect days di Wenders e Povere Creature di Lanthimos. 

 

Il senso di questa rubrica sulle pratiche filosofiche è di mostrare come tale approccio possa essere applicato in diversi campi, fornendo esempi di possibili casi e spunti di riflessione da cui far partire il dialogo, praticando concretamente la filosofia, come esercizio del pensiero. 

Non mi limiterò, dunque, a promuovere la riflessione filosofica, cercherò di metterla in pratica, suggerendo temi da poter utilizzare come stimolo al debate ovunque si voglia, ma anche chiamando il lettore a rispondere, commentare e riflettere insieme in questa comunità virtuale.

A dimostrazione che un dialogo filosofico può nascere in ogni campo, la proposta di oggi utilizzerà la suggestione proveniente da due film recentemente usciti nelle nostre sale con notevole affluenza di pubblico. Perfect days di Wim Wenders e Takuma Takasaki e Povere Creature di Yorgos Lanthimos. Ne propongo di seguito una lettura comparata che non vuole essere in nessun modo una recensione, ma solo un pretesto. 

Il film di Wenders è stato comunemente recepito come un invito alla creazione di “giorni perfetti” che prescindano dalle condizioni economiche, dalle realizzazioni lavorative, dalla vita affettiva e sociale e in genere da ogni forma di edonismo o consumismo. Un inno all’ “adesso” che è “adesso” e prescinde da ciò che è in “un’altra volta”, dimensione indeterminata del futuro e del passato. Hirayama, il protagonista, si sveglia ogni giorno e compie gli stessi gesti: si alza, si rade, innaffia le piante, prende un caffè da un distributore automatico e svolge con minuziosa perizia il suo lavoro di addetto alle pulizie delle toilette pubbliche di Tokio. 

È (almeno apparentemente) sereno, il volto gli si illumina con la luce del primo mattino e con quella che filtra dalle foglie dell’albero che ogni giorno fotografa nella pausa pranzo. 

Hirayama ci dice che la felicità è nell’istante presente, nel suo assaporarlo senza appetiti aggiuntivi. Un qui ed ora in cui anche la lettura di un libro non è fame di conoscenza, ma qualcosa che si ferma quando gli occhi si chiudono. Il suo personaggio è l’opposto della protagonista del film di Lanthimos,

Bella Baxter, creatura shelleyana, nata in una Londra all’apice della fiducia nella ragione umana, dall’esperimento dello scienziato Godwin, il cui sguardo sulla medicina e sul mondo è totalmente positivista. Avida di vita e sperimentazione, mossa da desiderio improcrastinabile di autodeterminazione e libertà, Bella è frutto del progresso e come tale lo incarna, nella suo essere meraviglia e aberrazione. Rappresenta ogni forma di emancipazione (non solo quella femminile) e nel suo viaggio di formazione (non a caso diretto in Grecia) attraversa tutte le figure del logos e dell’eros a partire dalla sua nascita che nega la morte, fino ad approdare alla composizione di un quadro familiare straordinariamente contemporaneo in cui il concetto di parentela senza vincoli di sangue, di genere o di specie, fa pensare ai suggerimenti della Haraway per sopravvivere su un pianeta infetto (ma senza catastrofismo).

Ci piaccia o meno, questi due film ci propongono due stili di pensiero opposti, due concetti diversi del pensare. E li propongono a noi, cittadini di metropoli complesse e difficili, nell’ora della crisi e dell’assenza di solidità intellettuali e istituzionali. Quale orientamento ci resta? Abdicare al sogno prometeico che ha segnato la storia del pensiero occidentale per praticare l’umiltà di una saggezza che ridimensiona il ruolo dell’umanità in una rete cosmica senza centro o ritrovare l’antico fondamento della conoscenza come hybris, desiderio tragico di autodeterminazione e emancipazione dalla condizione di “povere creature” destinate alla morte? 

 

Elena Scuotto