Dopo 13 anni, giustizia per Saviano e Capacchione: sentenza storica
Dopo tredici lunghi anni, la giustizia ha finalmente messo nero su bianco ciò che per molti era evidente da tempo: le minacce rivolte a Roberto Saviano e Rosaria Capacchione non erano solo parole d’intimidazione, ma un attacco deliberato e mafioso da parte del clan dei Casalesi, orchestrato dal boss Francesco Bidognetti e dal suo legale Gaetano Santonastaso.La sentenza del Tribunale di Roma, che li ha condannati per minacce aggravate dal metodo mafioso, è un segnale forte, ma arriva con un ritardo che impone una riflessione critica. Saviano, scrittore e autore di Gomorra, e Capacchione, giornalista e poi senatrice, sono da anni bersagli della criminalità organizzata per il loro lavoro di denuncia. Durante il processo Spartacus – uno dei più importanti procedimenti giudiziari contro la camorra – entrambi furono minacciati apertamente. Le intimidazioni, provenienti da un’aula di giustizia, avevano il chiaro intento di zittire chi osa raccontare l’invisibile impero criminale che controlla territori, economie e vite.
La condanna di oggi certifica un’aggressione che ha avuto conseguenze pesantissime: anni di vita sotto scorta, isolamento, campagne di delegittimazione. Eppure, nonostante tutto, lo Stato ci ha messo tredici anni per riconoscere ufficialmente la gravità di quell’attacco. Un ritardo che non può essere ignorato. Questa vicenda parla non solo di coraggio individuale, ma anche delle colpe collettive di un sistema che spesso si mostra lento, incerto e incapace di proteggere chi combatte la criminalità con le parole e con i fatti. È un ritardo che rischia di rafforzare l’idea, nelle menti dei mafiosi, che minacciare i giornalisti e gli scrittori sia un rischio calcolabile. E che lo Stato arriverà, sì, ma troppo tardi.
L’Italia è un Paese in cui raccontare la verità ha ancora un prezzo altissimo. La sentenza di oggi va accolta come una vittoria simbolica, ma non può bastare. Deve essere l’inizio di un impegno concreto: più protezione per chi denuncia, più rapidità nei processi, più attenzione istituzionale verso la libertà di stampa, troppo spesso invocata ma poco difesa nei fatti. Saviano e Capacchione sono diventati, loro malgrado, simboli di resistenza civile. Il minimo che possiamo fare è non abituarci alla loro condizione, non accettare che vivere sotto scorta sia il prezzo normale della verità.
La giustizia è arrivata. Ma ora serve memoria, vigilanza e un cambiamento strutturale. Perché nessun altro debba aspettare tredici anni per veder riconosciuto ciò che avrebbe dovuto essere chiaro fin dal primo giorno.