Ipnocrazia, ovvero come non scrivere un libro sull’ipnosi collettiva
di Roberta Baiano
C’è chi ha avuto un attacco di panico davanti alla parete dei cereali al supermercato, e chi invece l’ha avuto leggendo Ipnocrazia.
Entrambe le esperienze sono accomunate da una cosa: il sospetto che dietro quella sovrabbondanza si nasconda un vuoto.
Ecco, Ipnocrazia è un libro così.
Pieno zeppo di parole, immagini, concetti, eppure in fondo, dolorosamente, vuoto.
A voler essere onesti, gli indizi c’erano tutti.
Una copertina che pare un portale interdimensionale, dannosa quanto la puntata I Simpson a Tokyo de I Simpsons.
Un titolo che suona come una diagnosi a cura semestrale.
E un argomento che – sulla carta – è quanto mai attuale: un potere che non domina ma seduce, non impone ma irretisce, e che si manifesta nella forma di una manipolazione sottile, continua, algoritmica.
Chi non vorrebbe saperne di più?
Chi, come me, non avrebbe aspettative?
Ecco. Le aspettative, appunto.
Eppure, quelle sante psicologhe, ci ricordano così tanto spesso di lavorarci sopra.
Il problema, comunque, a un certo punto, è diventato la sinestesia.
Non di quella dal senso nobile e neurologicamente affascinante, ma quella nel modo in cui la usano i millennials per fare colpo davanti a uno spritz, tipo: “quando ascolto i Radiohead vedo il viola”.
“Davvero? Lo sai che una loro canzone suona come il sistema solare?”.
Una lettura breve, sì, ma che per il motivo di cui sopra mi ha richiesto una resilienza emotiva degna di un corso di sopravvivenza in ambienti ostili, tipo le scuole medie.
Lo stile oscilla tra l’evangelico e il cospirazionista – il che potrebbe anche essere una scelta efficace, se non somigliasse così tanto a un monologo di chi al bar ha appena finito il terzo negroni e ti sta spiegando qualcosa su Elon Musk e Trump.
Aperta e chiusa parentesi, entrambi compaiono nel libro quali apparizioni profetiche e poi scompaiono senza lasciare traccia, come guest star in una serie tv.
I concetti – quelli buoni – ci sono.
Il potere della ripetizione, il ruolo degli algoritmi nel riscrivere la nostra realtà interiore, la trasformazione del presente in una sala d’attesa per un futuro che non arriva mai.
Ma ogni spunto viene triturato in un loop concettuale dove tutto ritorna, tutto si equivale, e niente si approfondisce.
La sensazione è quella di rimanere impigliati in una tela di parole che promettono rivelazioni e poi, puntualmente, le negano.
Come le immagini di cui il libro parla: non mostrano, promettono.
Ma non mantengono.
E a un certo punto, il colpo di scena: Jianwei Xun – lo scrittore per intenderci – non esiste.
Pare sia un personaggio inventato, con tanto di biografia, tracce online, e un’identità costruita da un collettivo e da un’intelligenza artificiale.
Fantastico!
Una AI che scrive di AI: il metaverso dell’editoria.
Uno specchio dentro uno specchio, ma senza Alice.
L’idea, in fondo, poteva anche funzionare.
Poteva essere un’operazione concettuale potente, una sfida al lettore, una critica incarnata al sistema stesso che descrive.
E invece, quello che resta è un’accozzaglia di intuizioni frammentarie, rese indigeste da uno stile che suona sempre un po’ troppo convinto della propria profondità.
L’ipnocrazia, a quanto pare, funziona anche così: ti fa credere che qualcosa sia importante solo perché è difficile da capire.
In definitiva, Ipnocrazia è un po’ come quei trailer che ti fanno pensare di aver trovato il film della tua vita e poi ti lasciano davanti a un’ora e mezza di niente.
Se proprio volete provarci, forse ascoltarlo su Audible vi risparmierà almeno il prezzo di copertina.
Comunque, magari ci torniamo sopra più avanti, usandolo come pretesto per parlare di cose serie.
Nel frattempo, ricordate: se qualcosa vi lascia in uno stato di eccitazione costante di basso grado, forse non è la rivoluzione, è solo ansia.

