Il riposo coatto degli italiani
Il riposo coatto degli italiani
di Roberta Baiano
Sono sempre andata in vacanza in posti pieni zeppi di persone della mia età, ma il mio problema era che restavo in roulotte a leggere.
O in veranda a leggere.
O in spiaggia, ma sempre a leggere.
Le amicizie, per anni, sono state un concetto teorico e solo molto più avanti qualcuno si è preso la briga di venirmi a stanare.
Prima di arrivare a quel punto, c’era l’intera macchina da guerra dell’organizzazione delle ferie.
La roulotte da controllare, la spesa da fare, la veranda da montare, il cucinino da pulire, il caldo da schivare.
Partenza alle quattro, almeno sulla carta.
Poi si finiva per uscire di casa due ore dopo.
Io dormivo sulle valigie, a volte su un frigo, perché c’era anche quello.
La macchina, invariabilmente, si rompeva.
A dire il vero, la macchina o la roulotte, ma qualcosa si rompeva sempre.
E quando non si rompeva niente, il miracolo era talmente sospetto da rovinarci comunque l’umore.
Poi arrivavi: e iniziava il secondo tempo.
Disfare, montare, sistemare e così le vacanze, di fatto, cominciavano quando toccava già pensare al ritorno.
Tutto questo, perché?
Perché agosto è il mese delle ferie, così è stato deciso.
Da chi, ormai, non se lo chiede più nessuno.
Per la cronaca, grazie a Ottaviano Augusto, il mitico che si è preso un mese intero per sé e ci ha lasciati con una tradizione che ha attraversato imperi, fabbriche, regimi e centri commerciali, il caldo, le scuole chiuse, la consuetudine industriale e il retaggio fascista che ha fatto il resto.
Il risultato è che per molti, ancora oggi, agosto non è vacanza: è forzatura.
Le aziende chiudono, punto.
Chi può, fugge; chi non può, si adatta.
Agosto è diventato il culmine di un affaticamento che si accumula mese dopo mese.
Un lavoratore medio, ad esempio, ci arriva in stato critico, mentre valuta – per intenderci – se staccarsi anche l’ultimo capello dalla testa o resistere ancora una settimana.
Il caldo lo esaspera, l’aria condizionata innesca un dibattito etico interno che poi si conclude con l’aria a 19°, i mezzi pubblici sono un incubo, l’unica soluzione è sparire.
Ma dove?
Le spiagge sono sovraffollate, le città d’arte sono intasate e anche solo camminare diventa complicato.
Non a caso, molte destinazioni naturali stanno iniziando a contingentare gli ingressi, imporre limiti, introdurre nuove tasse.
Per di più ci si mette anche il cambiamento climatico, che ormai spara 40 gradi all’ombra prima ancora di metà luglio, e promette che il peggio non è ancora arrivato.
A Napoli, a Castiglione della Pescaia, ad Alberobello ad agosto ci sono stata.
Bellissimi, per carità.
Ma eravamo in troppi.
Troppi per godersi il luogo, troppi per muoversi, troppi per respirare.
La domanda allora sorge spontanea: ma ne vale la pena?
Intanto, alcune aziende si stanno lentamente muovendo verso una maggiore flessibilità, anche se le scuole non si sono ancora allineate.
Piccoli segnali, certo, ma la vera rivoluzione potrebbe arrivare proprio da lì, dal lavoro.
Se si iniziasse a scardinare l’idea che le ferie debbano essere per forza ad agosto, forse si riuscirebbe anche a recuperare il senso della vacanza come pausa vera.
Non un’operazione militare mascherata da riposo, un tempo scelto e non subito.
Perché il problema non è solo quando andiamo in vacanza.
È che a volte, quando ci andiamo, siamo già esausti da non sapere nemmeno se vogliamo andarci davvero.