di Roberta Baiano
Il potere, quando è esercitato da una donna, raramente viene raccontato per quello che è.
Più spesso viene aggirato, travestito, piegato a una narrazione più comoda.
È quello che accade anche a Giovanna I d’Angiò e a Giovanna II d’Angiò-Durazzo, due regine finite dentro un racconto che ha preferito il sospetto alla complessità, il mito alla politica.
Giovanna I non sceglie il proprio destino. Le viene assegnato quando è ancora bambina.
A sei anni è già vincolata a un contratto matrimoniale con il cugino Andrea d’Ungheria, che ne ha sette. Un accordo pensato per blindare la successione al trono di Napoli.
Quando Giovanna viene incoronata Regina, ad Andrea resta il titolo di duca di Calabria.
Una distinzione che sembra marginale, ma che in un regno fragile alimenta fratture profonde, ambizioni familiari e rivalità pronte a esplodere.
È in questo contesto che Agnese, madre di Carlo di Durazzo, agisce senza esitazioni.
Fa rapire Maria d’Angiò, sorella di Giovanna, e la costringe a sposare il figlio, mentre i cugini duchi di Taranto restano in attesa, pronti a inserirsi al primo varco.
La svolta arriva con la malattia di Agnese.
Il medico chiede un campione di urine per la diagnosi, ma quello che riceve appartiene a una donna incinta.
L’inganno è ormai apparecchiato: il medico dichiara che Agnese aspetta un bambino. La vergogna travolge la famiglia, Agnese viene isolata.
È a questo punto che Giovanna decide di intervenire e la fa eliminare con un clistere avvelenato.
In un solo gesto vendica il rapimento della sorella, rimuove una minaccia concreta e lancia un avvertimento.
Un avvertimento che Andrea non raccoglie. Non si rassegna mai al ruolo marginale che gli è stato imposto.
Restare senza la corona di Napoli diventa per lui un’umiliazione crescente. Parla di partire, di allontanarsi dal regno, lasciando intendere un ritorno armato.
Quando dal Papa arriva il via libera per l’incoronazione, la tensione sembra allentarsi.
È proprio in quel momento che Andrea viene colto di sorpresa. Al Castello di Aversa, richiamato con la scusa di comunicazioni urgenti, si ritrova improvvisamente circondato.
Prova a reagire, ma non ha scampo. Viene ucciso e il corpo abbandonato nel giardino, perché la morte sembri il frutto di un incidente.
Da quel momento, per molti, Giovanna diventa un’uxoricida.
Il dolore dura poco.
L’amore per Luigi di Taranto, coltivato da tempo, prende il sopravvento.
Il matrimonio, celebrato senza licenza papale, innesca però una nuova crisi e Luigi si rivela violento e spietato. Usa persino il fratello del primo marito per invadere il regno di Napoli.
Giovanna è costretta a fuggire in Provenza.
Napoli, però, reagisce. La città insorge contro gli ungheresi, li scaccia e chiede il ritorno della Regina sul trono.
Un passaggio spesso lasciato sullo sfondo.
Giovanna rientra, firma la pace e ritenta la via del matrimonio.
Dopo la morte di Luigi di Taranto sposa Giacomo IV di Maiorca, che muore presto senza lasciare eredi. Subito dopo ci riprova con Ottone di Brunswick.
Come se non bastasse, la politica ecclesiastica aggiunge un ulteriore carico.
L’elezione di Urbano VI non viene accettata e viene nominato un antipapa, Clemente VII, che scomunica Giovanna.
Carlo di Durazzo, rimasto in attesa, marcia su Napoli. Giovanna si rifugia a Castel Nuovo.
Carlo viene proclamato Re e ordina immediatamente la sua morte per strangolamento.
Con Giovanna II il racconto cambia forma, ma non sostanza.
Figlia di quello stesso Carlo III d’Angiò che aveva spodestato Giovanna I, cresce in una dinastia abituata a governare territori sparsi nel Mediterraneo.
Rimasta vedova dopo pochi anni di matrimonio, si ritrova a reggere un’eredità vasta e instabile. Un potere enorme, esposto a ogni tipo di assalto.
Poco dopo l’incoronazione, nel 1415, segue il consiglio di Pandolfello Alopo, con cui intrattiene una relazione, e decide di risposarsi.
Giacomo II di Borbone sembra una soluzione politica, ma si rivela una trappola.
Forte dell’appoggio di parte dei baroni napoletani, prende il controllo del regno, fa arrestare e decapitare Alopo e rinchiude Giovanna nel Castel Nuovo.
La Regina resta prigioniera per circa un anno.
A liberarla, ancora una volta, è Napoli.
È il sostegno delle persone e dei sudditi più fedeli a restituirle il trono. Giacomo fugge in Francia e si rifugia in un convento.
In questo vuoto entra Sergianni Caracciolo, uomo sposato con Caterina Filangeri, figlia del conte di Avellino.
La loro relazione è lunga e irregolare, attraversata da fasi di fiducia e di sospetto, mentre il regno continua a essere conteso da Luigi III d’Angiò e poi da Alfonso d’Aragona, inizialmente accolto come alleato e presto divenuto nemico.
Il rapporto si spezza quando Giovanna II rifiuta la pretesa di Caracciolo di concedere in dono di nozze per il figlio i principati di Salerno e Amalfi.
La cugina della Regina, duchessa di Sessa, lo accusa di aspirare al trono. È sufficiente.
Giovanna organizza una congiura. Durante la festa nuziale del figlio di Caracciolo, a Castel Capuano, quattro sicari lo raggiungono. Viene strangolato e accoltellato.
Negli anni successivi la memoria di Giovanna II si deforma.
Napoli comincia a raccontare di una Regina notturna, crudele, dedita agli amanti.
Si dice che li convocasse nel palazzo di Posillipo e che, dopo l’incontro, li facesse precipitare in fosse profonde armate di lame.
La storia, si sa, è scritta dagli uomini.
E quando a salire sul trono è una donna, il racconto cambia tono. Giovanna I e Giovanna II non furono anomalie né eccezioni.
Governarono come avevano governato i Re prima di loro e come avrebbero fatto quelli dopo: con durezza quando serviva, con astuzia quando non c’erano alternative, cercando alleanze, eliminando nemici, tentando di restare in piedi in un mondo che non concedeva seconde possibilità.
Furono messe sul trono senza preparazione, senza protezioni, senza indulgenza, e fecero comunque tutto ciò che era possibile per regnare e per sopravvivere.
Furono pienamente donne del loro tempo.
Ma il loro ricordo è stato affidato a chi è venuto dopo, e chi è venuto dopo ha scelto di raccontarle non per quello che furono, ma per quello che serviva che fossero: figure deformate, ridotte a scandalo, utili più a confermare un ordine che a raccontare la storia.

