“Non comprate libri”, dicono quelli che li ricevono gratis.
di Roberta Baiano
Lo confesso, a parte i post sulla situazione geopolitica dell’intero globo terracqueo – espressione che adesso gode di una certa serietà – il mio feed di Instagram è popolato quasi esclusivamente da libri e gattini.
A volte le due categorie si incontrano persino. Instagram, insieme a Vinted, è più o meno l’unica piattaforma che frequento. Anche le newsletter che ricevo seguono lo stesso filo conduttore, ma senza gattini.
Per ora nessuno ha ancora pensato di farne una e, per inciso, adesso che ci state pensando vi è fatto divieto di rubarmi l’idea.
Comunque, con i libri, naturalmente, arrivano anche i bookblogger.
E tra loro spuntano con regolarità – sempre più numerosi – quelli che hanno deciso di intraprendere quella che adesso assume a tutti gli effetti i contorni della nuova pratica ascetica degli anni Venti del nuovo millennio.
Signore e Signori – rullo di tamburi – ecco a voi la challenge di non comprare libri per settimane, mesi o anni.
Notizia, chiaramente, raccontata con quel certo tono quasi salvifico.
Pare che molti abbiano scoperto di recente come funziona il capitalismo e abbiano riscoperto questo dovere di proteggere il proprio portafoglio, l’equilibrio del sistema economico e, già che ci siamo, pure qualche alberello.
Ma non solo: perché, a quanto pare, uno dovrebbe astenersi dall’acquisto a loro dire compulsivo. Altrimenti si cade in questo meccanismo perverso per cui leggi, leggi, leggi… e non capisci niente.
Insomma, pare che dopo un certo numero di libri ti debba rincoglionire per forza.
Peccato – ahi! ahi! – che gli stessi protagonisti ricevano con una certa continuità pacchi di libri dal nastro adesivo brandizzato dalle case editrici, tutti da recensire e da trasformare in prodotti per i loro contenuti social.
Qualcuno diceva in contesti decisamente del tutto diversi ma senza sbagliare: “follow the money”.
Pacchi che, con una puntualità quasi scientifica, finiscono poi su Vinted.
Sì, piccoli e piccole Marie Kondo senza ombra di pentimento: si vedono benissimo quei titoli che passano in un attimo dal video del vostro unboxing alla nuova vita nella libreria di un altro, che però il libro ve lo sta pagando.
Fuori dal ring light, non ci crederete, esiste un mondo che esiste – scusate il gioco di parole, ma questo mese devo aver letto proprio tanto! – e che meriterebbe di essere preso in considerazione. Il settore editoriale, ad esempio, non vive esattamente una stagione trionfale. I dati che periodicamente fotografano lo stato del mercato raccontano di un equilibrio fragile, fatto di margini sottili in un sistema che, obbligato a uno schema ponziano, si trova costretto a continuare a produrre novità nella speranza che il prossimo titolo riesca a sostenere economicamente quello precedente. Nel frattempo, si slaloma tra resi, costi di distribuzione e un mercato che non sempre restituisce quanto investito.
In questo contesto, capirete che la retorica del “non comprate libri” suona curiosa. Soprattutto se pronunciata da chi quei libri li riceve gratuitamente.
È una posizione che rischia di sembrare uno schiaffo a chi lavora nella filiera editoriale cercando di tenere i prezzi di copertina il più accessibili possibile. Ma è anche uno schiaffo a chi, i libri, mica se li è potuti o se li può comprare con tutta questa facilità.
C’è un’Italia in cui leggere non è un gesto così scontato.
Ci sono famiglie che devono fare i conti fino all’ultimo euro, giovani che vorrebbero acquistare più libri ma riescono a permettersene forse uno all’anno, adulti che si allontanano da librerie e biblioteche perché diventano, in molti sensi, luoghi lontani da loro e per loro.
In questa realtà anche il più scemo dei romanzi – sempre secondo voi – può diventare un piccolo lusso. E allora si finisce per cercare tra le bancarelle dell’usato delle feste di paese, scegliendo magari un classico dell’Ottocento perché costa meno di una novità editoriale.
È qui che la discussione assume un significato più serio. Quando i libri restano sugli scaffali, lontani da chi ne avrebbe bisogno, il problema non riguarda solo il mercato e le vostre piccole librerie con i libri ordinati – di cui la metà compaiono in foto vicino ai croissant e ai vasi di fiori finti fatti di gesso dalle forme falliche.
Riguarda anche la qualità della vita culturale di un Paese dove la povertà educativa non è soltanto fatta di mancanza di strumenti, ma anche di stimoli, di esempi, di occasioni per sviluppare curiosità e spirito critico.
Un libro continua a essere una delle forme più semplici di investimento collettivo. Genera valore per la mente, per l’economia e per la società. Allena il pensiero, alimenta la riflessione morale, apre prospettive. Non è soltanto un oggetto da scaffale, o un prodotto civetta fatto per farvi cadere in chissà che dipendenza: è una chiave per partecipare alla vita culturale e, perché no, democratica.
E se proprio qualcuno sente il bisogno di dare un contributo concreto alla causa, esiste una soluzione più utile delle scemissime challenge social, piccoli i miei Jovanotti – e no, non è un errore di battitura!
Potreste per esempio fare rete per delle battaglie concrete: perchè la cultura venga trattata seriamente come parte del welfare e non come una spesa superflua, o perché si capisca che rendere i libri accessibili significa abbattere barriere economiche e simboliche.
Insomma, essere voi i primi a trattare la lettura non come un passatempo per chi se lo può permettere, ma come una possibilità che dovrebbe essere garantita a tutti.
E poi, appena vi sarete emancipati da questa brutta cosa che è l’ipocrisia, i libri che non leggerete non rivendeteli soltanto per farci qualche euro. Regalateli. A una scuola, a una biblioteca di quartiere, a una casetta per lo scambio dei libri. Lasciateli circolare.
Se davvero l’idea è cambiare qualcosa, il primo passo potrebbe essere molto semplice: mettere un libro nelle mani di qualcun altro.
Anche questo, a modo suo, è un gesto pubblico.
E a volte basta davvero poco perché una pagina aperta diventi l’inizio di qualcosa di molto più grande.