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Quando la guerra è questione di fortuna: la crisi libica ad un passo da noi

Scritto da Mauro Malafronte Il . Inserito in Vac 'e Press

crisi libica

“Non passiamo dall’indifferenza all’isteria”, dice Matteo. Dopo le bombe del 2011, dopo l’approssimazione con cui gli illustri pensatori italici hanno commentato la cosiddetta “Primavera araba” c’è bisogno di raziocinio. D’altra parte l’intervento militare, ad oggi, parrebbe l’ennesima avventura bellica priva di un’adeguata ponderazione delle sue prevedibili conseguenze: non ci si può mascherare dietro un’operazione di peace keeping, perché tale tipologia di intervento è formalmente deputata al mantenimento della pace.

Una pace che, ad ora, in Libia non c’è. Ed allora si tratterebbe di un intervento militare tout court, un’operazione di peace enforcement: entrare per “strutturare” la pace è cosa ben diversa, però. Richiede altri costi, economici ed umani.
Romano Prodi è stato chiaro: la colpa di quanto è avvenuto in Libia dopo l’intervento del 2011 è nostra, dell’Occidente. Si è lasciato un paese allo sbando, pensando che un mezzo governo ed un mezzo primo ministro potessero, in quanto legittimi, assicurare una fase nuova. L’ingovernabilità, le fazioni armate, i fondamentalisti: tutto era già maturo da tempo. Abbiamo preferito non vedere ed in terra libica ci ritroviamo due governi, quello ufficiale e quello dei ribelli, più centinaia di bande sparse nel paese. Alcune delle milizie operative nella zona hanno rivendicato più volte attentati e la loro appartenenza al Califfato guidato da Abu Bakr al Baghdadi, lo Stato Islamico ormai radicato tra Siria ed Iraq. La responsabilità politica di quanto sta avvenendo nel nord Africa è tutta europea, quindi. Così, in questi giorni di riflessioni geopolitiche masticate e sputate più volte negli anni, ci domandiamo quale sia, e se c’è, la posizione dell’Unione Europea. L’Alto Rappresentante, la fresca di nomina Federica Mogherini, unico successo della campagna europea di Matteo nel semestre a presidenza italiana, tace. E, con lei, noi tutti. Le posizioni, come ha dimostrato anche la “questione Ucraina”, sono tante quanti gli stati membri: l’Alto Rappresentante per gli affari esteri e la politica di sicurezza nulla dice, quindi, perché nulla può. Ed allora possiamo meglio comprendere quanto la dimensione complessa del fenomeno terroristico presenti risvolti incalcolabili: aspettiamo, dice Matteo. Gentiloni, sostituto della Mogherini al ministero degli Esteri, arranca come gli si confà. È stata ancora una volta l’Europa a non esprimere una politica di potenza unitaria, una visione di lungo periodo. L’impressione è che il silenzio, o meglio l'attesa sulla Libia sia frutto dell'insipienza di chi nell'Ue non vede una macroscopica opportunità, ma un estremo tentativo di rallentare la catastrofe.
In questo scenario denso di assenze, ricco di occasioni non colte, l’Italia preferisce continuare a svolgere il suo compito di sempre: accodarsi al più forte, o al più fesso. Le piccole Fallaci in giro per lo stivale starnazzano come faceva Oriana dopo l’undici settembre. Quella magistrale lezione di intolleranza la portiamo dentro, la coviamo con cura in attesa che dia in tutto e per tutto i suoi frutti insalubri. Nel frattempo, da Tripoli gli italiani si imbarcano verso le salvifiche coste siciliane: imprenditori che scappano come profughi. Su aliscafi, però, e non sui barconi che siamo tristemente abituati a vedere arrivare zeppi di morti a Lampedusa. I patrioti 2.0, invece, restano in Libia a sorvegliare i giacimenti petroliferi grazie ai quali ancora “giochiamo” nel ruolo di pseudo paese ricco. Le immagini delle decapitazioni dei ventuno cristiani copti atterriscono, quelle del ragazzo con la maglia del Napoli Calcio sgozzato preoccupano (un puro caso quell’indumento, non una minaccia all’Italia come pure qualcuno l’ha voluta presentare): i terroristi, in fondo, sanno che tutto è comunicazione, anche la morte. E riescono, così, a sintonizzarsi alla perfezione sulle frequenze del nemico “Occidente”.
Le poche centinaia di chilometri che ci separano dalle coste libiche, viste dal mare di Sicilia, fanno paura. Si, in fondo non ce lo diciamo, ma di paura ne abbiamo. Non solo, però. Quella assurda vicinanza, quell’incredibile scenario ad un passo da casa, a noi italiani, fa pure pensare. Non troppo, per carità. Nulla di alto, di filosofeggiante. Anche la guerra, in fondo, per noi è solo un punto di vista. E’ pura fortuna, come dice Diego Bianchi: “Che culo eh? Dico, che culo a stare di qua. A guardare il mare era un attimo che stavamo dall’altra parte.”