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La morte di Carmine Schiavone e l’antimafia senza memoria

Scritto da Mauro Malafronte Il . Inserito in Vac 'e Press

Carmine-Schiavone

È morto in seguito ad una caduta dal tetto della sua abitazione: stava facendo dei lavori e si è trovato di sotto. Due settimane dopo, nonostante un intervento chirurgico, se n’è andato. Chiariamo subito una cosa: Carmine Schiavone è stato un criminale, un boss, un assassino. Nulla cancella tutto questo e nessuna delle sue parole gli ha potuto restituire una qualche “verginità” dopo ciò che ha fatto. Niente buonismi, dunque.

Battezzato come affiliato dal superboss Luciano Liggio nel lontano 1974, è stato un riferimento per Cosa Nostra in Campana e per anni uno dei capi del clan dei “Casalesi.” Poi, però, ha iniziato una seconda vita: nel 1993 Schiavone iniziò a collaborare con la giustizia. Ha riempito negli anni 6200 pagine di verbali, di cui una parte cospicua risulta ancora secretata. “Il maxiprocesso Spartacus sono stato io”, disse. Nelle sue parole trascritte e ripetute nelle aule di tribunale c’è parte della storia della nostra terra: ha chiarito il ruolo dell’avvocato massone Chianese che, insieme a Gaetano Cerci e a Francesco Schiavone,detto “Sandokan”, gestiva il business dei rifiuti; ha spiegato che per ritrovare i rifiuti sotterrati bisognava scavare fino a ridosso della falda acquifera, tra i diciotto e i ventiquattro metri di profondità; ha confessato che i casalesi controllavano circa 100.000 voti in provincia di Caserta e di Napoli, puntualmente dirottati su richiesta di Nicola Cosentino; ha raccontato “dell’acquisto” dell’ex cutoliano Luigi Cesaro; ha descritto le vie che il traffico di rifiuti percorreva attraverso delle società lombarde e venete, avvertendo che tutto partiva dal ricco nord.
Negli ultimi anni, più o meno consapevolmente, si è prestato anche al tritacarne televisivo capace di rendere tutto perenne ed indecoroso spettacolo. Eppure la figura del boss pentito non ci piace, non ci appassiona. Anzi, riaccende rancori sopiti. Prima della sua morte, in pochi si erano espressi nei suoi confronti con i toni di questi ultimi giorni. Si è ribaltata, quindi, la più antica disciplina olimpica del Belpaese: la santificazione post mortem. Non è un caso, però. In molti, troppi, si dimenano in valutazioni di comodo, in analisi prive di una visione storica e prospettica del pentitismo nel nostro Paese. Così, la storia si ripete: “In fondo era un mafioso,” “Ha detto un sacco di fesserie”, “Non facciamone un eroe, un opinionista.” Questa è la litania che produce la carta stampata. E’ il caso, invece, di approcciarsi in modo diverso a cosa e a quanto ha significato Carmine Schiavone: senza la sua collaborazione, il clan dei casalesi oggi sarebbe ancora quello forte ed impenetrabile di vent’anni fa. Ed ancora, occorre ricollocarlo all’interno della storia dell’investigazione antimafia: dopo Buscetta, c’è lui. Lui soltanto. Carmine Schiavone ha rappresentato l’arma in più dello Stato nel contrasto, seppur parziale, alla camorra casertana. Esattamente quello che avvenne, negli anni di Falcone e Borsellino, con Buscetta ed i corleonesi.
In fondo, la sua morte ha un peso politico: la progressiva scomparsa della Terra dei Fuochi dall’agenda politica nazionale. Le morti non hanno spiegazione, ma sono in aumento. Sugli sversamenti degli altri clan, i Moccia di Afragola in primis, è nuovamente caduto il silenzio. E così andremo avanti. Di fronte all’assenza della politica, le varie proposte di bonifica del territorio fanno sorridere: “Andatevene, è tutto morto”, ricordava Schiavone. Forse è troppo, forse, come pure alcuni sostengono, quelle aree sono ancora capaci di produrre benessere: Matteo Renzi, per non saper né leggere né scrivere, sul tema lascia che a sfigurare sia la povera Lorenzin, tenendosi alla larga dalla palude dell’agro aversano. I centomila voti che gestivano i Casalesi fluttuano nel caos delle prossime elezioni regionali. Quel consenso è l’assicurazione sulla vita di una politica immorale e miserabile: “Il politico è viscido, perché prima chiede i voti a Cosa Nostra per essere eletto, e poi, una volta eletto, dimentica le promesse fatte”, dice Nino Giuffrè, storico collaboratore di giustizia. La “miserabilitudine” dell’uomo politico, così la definisce.
Il tentativo di rimuovere dalla memoria collettiva la figura di Carmine Schiavone ripropone esattamente lo schema già attuato con Tommaso Buscetta: resettare, cancellare, mistificare fino al punto di ingannare il buon senso. Questo faremo, ancora. E così l’antimafia perde se stessa, le sue radici, le sue ragioni. La sua identità. È come se ci dimostrassimo nuovamente incapaci di comprendere la complessità di queste figure. Smemorati per vocazione, un tempo. Smemorati per necessità, ora. L’attacco ai “pentiti”, storia di ieri, di oggi, e purtroppo di domani, è un controsenso mostruoso: l’azione di contrasto alle organizzazioni criminali, infatti, ha senso solo e soltanto se la collaborazione con la giustizia riacquisterà la sua imprescindibile centralità. Un’antimafia senza memoria cova in sé i germi di un paese profondamente mafioso.