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L’importanza di definirsi di Sinistra!

Scritto da Francesca Scarpato Il . Inserito in A gamba tesa

Che cosa significa essere di sinistra? All’inizio ci bastava poco, una riunione con pochi amici, una kefiah, le parole di qualche vecchia canzone di De Andrè, qualche racconto sul mito del “Che” per sentirci e definirci “quelli di sinistra”. Ma poi, piano piano cresci e capisci, e realizzi che forse “sentirsi di sinistra” non basta, che la realtà evolve intorno a noi e i problemi aumentano e che quegli ideali tanto duri e puri di cui eravamo soliti riempirci la bocca da bambini,  restano fini a se stessi senza un gesto che li realizzi. Ed è qui che entrata in gioco, per me, la Politica! Sebbene oggi rivendichi con orgoglio la mia militanza nel Partito Democratico (e soprattutto nella “giovanile” del Partito Democratico), posso assicurarvi che la ricerca non è stata affatto semplice. Tra un Grillo che agli esordi godeva di non poca credibilità, un’Italia dei Valori non ancora travolta dai grandi scandali e fra un Partito Socialista e un Partito della Rifondazione Comunista i cui nomi parlano da soli, ho avuto di che pensare. Anche se ho imparato presto che “non è tutto oro quello che luccica”. La verità è che la mia generazione è cresciuta con le idee un po’ confuse in quanto continuamente bombardata dai ricordi di una sinistra aurea, da noi non conosciuta, ormai lontana nel tempo, quasi irraggiungibile, se non addirittura irripetibile: quella delle grandi lotte, delle grandi manifestazioni e della grandi conquiste, la sinistra dell’internazionale, del pugno chiuso, della falce e  martello, insomma, la sinistra dei “compagni”. Ed è proprio per questo che credo più che legittima la mia domanda: cosa vuol dire essere di sinistra oggi?

Il mio partito, seppur di giovane costituzione, purtroppo ha avuto dei momenti di cui non andrei esattamente fiera, soprattutto nel napoletano e ne ha pagato lo scotto (nonostante la repentina inversione di rotta avuta dopo il commissariamento) alle ultime elezioni comunali del maggio 2011, quando fu eletto il nuovo sindaco della città di Napoli. Di fatti al ballottaggio con Lettieri (PDL), non andò il nostro candidato Mario Morcone bensi l’ex pm Luigi De Magistris, come si sa. Giovane, bello e di sinistra non vi nego che ho sostenuto con una certa speranza e un pizzico di invidia la sua persona al secondo turno. So che in campagna elettorale le promesse fatte sono sempre leggermente al di sopra delle reali possibilità, ma sentirlo parlare di rivoluzione era musica per le mie orecchie. Finalmente è arrivato qualcuno che con ideali simili ai miei, farà propri i problemi di Napoli, dando una svolta legalitaria e di immagine della città. E poi? Cosa è successo? Di recente mi è tornata alla mente un’espressione di Valerio Zanone su Napoli che trovo, ad oggi, particolarmente calzante: “noi a Torino, quando eleggiamo il sindaco, eleggiamo il sindaco. Voi invece quando eleggete il sindaco, eleggete il viceré.” Ecco cosa è successo. Una pessima politica, demagogica, populistica e personalistica è stata portata avanti in questi anni dal caro Gigino che, in realtà, è ben riuscito nel suo intento: quello di crearsi un profilo politico a livello nazionale sfociato poi nella fondazione del famoso “Movimento Arancione”. E intanto, chi sta governando la città? Cosa è stato fatto per essa al di là del lungomare liberato, di una sbiadita pista ciclabile e della ZTL, comunque non esente da polemiche? Cosa ne è stato dalla raccolta differenziata che sta registrano i minimi livelli storici? E cosa sta facendo per la questione della refezione scolastica? E per i trasporti? E per la viabilità? E per la pulizia di piazze e strade? E i giovani? Cosa sta facendo per i giovani? Ci sono incentivi per quelli che decidono di restare? E che fine ha fatto il forum delle culture? E come sta conducendo la lotta alla criminalità organizzata (Attacchi a Saviano a parte)?.

Dov’è la rivoluzione in tutto questo? Forse nelle liste di Ingroia, da lui sostenuto, presentate a Napoli, per le Politiche di febbraio, dove non so se c’è più carenza di democrazia, di giovani o di donne e che non hanno nulla di innovativo?           Insomma dov’è la sinistra? Ma soprattutto, e qui cito il mio segretario Pierluigi Bersani: che sinistra è quella che rischia di far vincere la destra?

Insomma, per tornare a noi, io non so dirvi se quando si parla di sinistra forse, un giorno, smetteremo di pensare, nostalgicamente, a di Di Vittorio, Gramsci, Turati, De Gasperi e Sturzo, quello che però voglio dirvi è che per me, oggi, essere di Sinistra non vuol dire solo essere capaci di agitare i massimi sistemi ma significa soprattutto impegnarsi quanto più seriamente possibile nell’affrontare la fatica quotidiana. Perché una sinistra riformista sarà veramente vittoriosa, nella nostra città, quando finalmente eleggeremo non più un “vicerè” ma una sindaco che vorrà fare di Napoli una città normale.