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Perché non possiamo dirci renziani

Scritto da Mario Bianchi Il . Inserito in Il Palazzo

La scelta di Matteo Renzi di non costituire una corrente ha spiazzato molti. I più spiazzati però sono stati i “renziani” stessi. A Napoli in particolare molti avevano creduto che attraverso i comitati per Renzi si sarebbero potute costruire carriere politiche o riaprire spazi personali. Per carità, tutto è legittimo, più che mai inseguire le proprie ambizioni politiche. Ma chi pensava che tutto si sarebbe svolto secondo i canoni classici è rimasto a mani vuote.

Il punto è proprio questo: Matteo Renzi ragiona e usa categorie nuove, molti di coloro che lo hanno sostenuto, ragionano invece ancora guardando al passato, hanno in mente le categorie classiche dei partiti del novecento. Quelle che furono del PCI ma anche, fatte le debite differenze, della DC e del PSI. Partiti classici formati da correnti e sensibilità (ognuno poi le chiami come vuole). Correnti strutturate, diffuse sul territorio, che organizzavano consenso e si dividevano fette di potere.

Così il passato, ma sarà così anche per il futuro. Chi lo può dire?

La forma partito futura è tutta da costruire, si sta formando attraverso tentativi, nessuno ha in testa un'architettura completa. D’altronde i partiti classici nel loro formarsi non seguivano una scaletta preconfezionata, uno schema di montaggio tipo mobili Ikea. Matteo Renzi ha avuto un'intuizione che si basa su alcune direttrici chiare. Secondo lui bisogna costruire un partito plurale al cui interno convivono ipotesi, analisi e proposte diverse. Queste si confrontano e permangono senza strutturarsi in maniera statica: le diverse ipotesi sono anch’esse plurali al loro interno. La caratteristica potremmo dire sia la liquidità, la capacità cioè di non avere una forma fissa.

Matteo Renzi ha raccolto attorno a se il pensiero Liberal, sicuramente, ma non solo. A lui hanno guardato con interesse pezzi della tradizione cattolica, laica, socialista, radicale. Dunque una pluralità di persone che si sono ritrovate unite da un leader. Ed ecco qui l’altra novità che  molti hanno visto con preoccupazione o addirittura paura. Sono ancora molti, infatti, coloro che ritengono un pericolo in se la figura carismatica, quasi che questa debba per forza di cose restringere, se non annullare, gli spazi democratici. Una preoccupazione atavica che non tiene conto della modernità, non considera cioè le forme nuove di partecipazione come il web, e disistima lo sviluppo e il radicamento di quelle classiche.

Ecco dunque che Matteo Renzi rompe gli schemi e intorno a una parola molto criticata quale “rottamare” lancia una sfida al PD ma anche a se stesso e costruisce una rete di persone con storie diverse, persone del PD ma anche esterne, provenienti da sinistra ma anche da destra. Una rete che si basa sulla convinzione che tutto è cambiato e sta cambiando e propone  una visione nuova e su questa costruisce una serie di proposte programmatiche.

Il risultato è sotto gli occhi di tutti: nel PD si è aperto un grande dibattito, fra i “conservatori” alla Fassina e gli innovatori, alcuni. come Ichino, hanno scelto di andarsene, altri, giustamente, di restare. Le primarie sono diventate un momento di vera partecipazione, di rilevanza politica nazionale.

La  proposta di Renzi, pur raccogliendo grande consenso non ha vinto. Ha ottenuto però il risultato di dare inizio al cambiamento. Renzi poteva a questo punto tornare sui suoi passi e rientrare nello schema classico costruendo una corrente. Ancora una volta ha smarcato tutti e ha fatto diversamente. Riuscirà il “ragazzo” a continuare su questa strada? Difficile dirlo, anche se crediamo che ne abbia tutte le capacità. Una cosa però appare certa  coloro che lo hanno seguito se vorranno continuare sulla sua strada e non tradire la sua intuizione, per essere “renziani” non potranno e non dovranno dirsi “renziani”, ma dovranno giocare con schema libero la propria partita.