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Indagine sull’antimafia: da professionisti a dilettanti

Scritto da Mauro Malafronte Il . Inserito in Il Palazzo

antimafia

Se ne sono accorti, pare. “L’antimafia mafiosa” è storia antica, sbraitano i mille azzeccagarbugli travestiti da avvocati, giornalai, politicanti. Ed allora si parte da Caltanissetta, dove la Presidente della Commissione Antimafia Rosy Bindi ha annunciato “un’indagine sul movimento antimafia, con grande serenità e con intenti non polizieschi, ma politici.” Tutti d’accordo, standing ovation.

Dopo decenni, persino Confindustria sembra disposta ad offrire collaborazione: “Per quanto ci riguarda abbiamo ritenuto importante l’impegno di Confindustria e anche di altre associazioni nella lotta alla mafia. Per noi è un segnale importante se un’associazione dice che i suoi iscritti non pagano il pizzo”, ha ribadito ancora la Bindi. Inutile ricordare che Montante, il presidente degli industriali siciliani, è attualmente indagato per concorso esterno in associazione mafiosa. Un’antimafia omeopatica, diciamo così. In attesa di analizzare la catastrofica situazione in Campania, si è deciso di partire dalla perenne confusione siciliana: la terra di Crocetta, la terra dove l’antimafia è divenuta professione per molti, scriverebbe ancora oggi Leonardo Sciascia (lui, però, si riferiva a Giovanni Falcone…).
Un’azione politica di controllo sul movimento antimafia, dunque. Questo è il piano, pare. Occorre un’analisi seria sul funzionamento della macchina Stato nel contrasto alle più importanti organizzazioni del pianeta. Una macchina senza benzina, senza volante e con le ruote bucate. Ecco lo Stato che perde, sistematicamente, la sua battaglia. E noi con lui. I beni confiscati, infatti, restano inutilizzati: ad oggi i beni confiscati sono circa 12.000 sull’intero territorio nazionale, di cui poco meno di 5.000 li ritroviamo in Sicilia. Solo a Palermo, il valore è stimato intorno ai 30 miliardi di euro. Un business vero, una montagna di soldi che droga un meccanismo fin troppo facile da inquinare. Come ricorda Pino Maniaci, tutto va ripensato dalle fondamenta: i beni sotto sequestro, infatti, sono affidati ad un amministratore giudiziario scelto dal giudice, che avrebbe il compito di gestirli e mantenerli in attività agli stessi livelli che precedevano il sequestro. Secondo la legge modificata nel 2011, questa fase deve durare sei mesi, al massimo un anno. In tale periodo, fatte le dovute indagini, si stabilisce il destino del bene: “se dichiarato legato ad attività mafiose esso viene confiscato e destinato al riutilizzo sociale (altro drammatico corto circuito); se il bene è pulito viene restituito al precedente proprietario.” Il risultato, manco a dirlo, è che nulla di tutto questo avviene: il bene non è mantenuto nello stato in cui viene consegnato alle autorità e le tempistiche slittano sistematicamente. Il bene resta sequestrato per un periodo che va in media da i 4 ai 6 anni (si arriva anche a 10 anni o persino 15 anni). “La scelta degli amministratori, cruciale in un sistema di questo tipo, è del tutto arbitraria per i giudici con l’applicazione di misure di prevenzione. Inutile dire che la maggior parte delle aziende falliscono durante la fase di sequestro. Quasi il 90% delle imprese e degli immobili sequestrati finiscono in rovina prima di arrivare alla confisca.” Quand’anche si arrivasse a confisca, enormi problemi sorgono circa la concreta possibilità di riutilizzo del bene: cooperative sociali, associazioni, fondazioni, comitati, funzionari, dirigenti, vassalli,valvassini e valvassori. L’immenso calderone dell’antimafia è anche questo. È soprattutto questo. Oltre i palazzi di giustizia, dunque. E lo è da un pezzo. “Sarebbe opportuno evitare che nel Consiglio di amministrazione dell’Agenzia nazionale per la destinazione dei beni confiscati siedano personaggi che potrebbero essere tra gli assegnatari. Ma si tratta di un aspetto che riguarda il lavoro del governo”, ricorda candidamente la Presidente della Commissione Antimafia. Più che una dichiarazione, una confessione.
L’altro punto toccato, o meglio sfiorato, è il controllo sul 41 bis: “Abbiamo intenzione anche di fare un giro nelle carceri per vedere se è come viene applicato il 41 bis”. Dichiarazione interessante della Bindi dopo che, meno di un anno fa, si diceva convinta della inesistenza del “Protocollo Farfalla.” Purtroppo per lei, il 29 luglio scorso, Renzi ha fatto in modo che venisse eliminato il segreto di Stato sul Protocollo: la Procura di Palermo ha aperto un’indagine ed ha acquisito la documentazione ufficiale, perchè il “Protocollo Farfalla” esiste. In cosa consiste? Consente agli uomini dei servizi segreti di entrare in contatto con i detenuti, incontrarli tra le mura carcerarie e tenere con essi colloqui non registrati, a completa insaputa dell’autorità giudiziaria. Un monitoraggio dei possibili collaboratori di giustizia gestito solo dal Sisde, a cui spetta il compito di trasmettere o meno le risultanza informative a livello istituzionale e giudiziario. In via ufficiale, tra l’altro, il Protocollo termina il suo operato nel 2007, ma secondo la Procura di Palermo gli incontri tra mafiosi detenuti e gli uomini dei servizi si sarebbero verificati anche negli anni successivi, quantomeno fino al 2013.
Questo è il quadro in cui si muoverà, pare, la commissione presieduta da Rosy Bindi: tra un’antimafia mafiosa ed una politica antipolitica. In tutto questo caotico circo, solo il governo sembra avere le idee chiare: la priorità è la responsabilità civile dei magistrati. Dai professionisti ai dilettanti dell’antimafia, il passo è stato davvero breve.