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I diritti e le garanzie

Scritto da Rosario Scognamiglio Il . Inserito in A gamba tesa

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Le democrazie occidentali nel corso della loro storia hanno avuto sempre una stella polare, il punto fisso dal quale hanno fatto partire la loro evoluzione. La stella più luminosa, che fa da guida alle democrazie, è sempre stata tutto il corpus dei diritti naturali dell’individuo, quei diritti inalienabili che l’ individuo acquista all’ atto della nascita. Nel secolo dei lumi e della ragione, questi diritti sono diventati portatori di garanzie sociali, principalmente giuridiche, contro l’ azione e l’applicazione del diritto da parte dello stato nei confronti del singolo cittadino.

L’Illuminismo giuridico ha permesso di identificare il cittadino come portatore di diritti e quindi soggetto tutelato da garanzie statutarie.

Questi principi di settecentesca memoria, almeno in teoria, hanno vita e corpo nella nostra carta costituzionale; invero gli articoli 24, 25 e 27, tutelano in maniera decisa l’ individuo colpito dall’ azione penale dello stato. In particolare il terzo e quarto comma del 27 sanciscono che: “Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato … Non è ammessa la pena di morte”.

Tali principi letti così, lasciano immaginare un sistema giuridico intimamente democratico, un sistema giuridico costruito intorno alla centralità dell’individuo e dei suoi diritti, identificando la pena che lo stato infligge all’ individuo, qualora questo commetta un reato, come un elemento di espiazione e rieducazione.

Tutto questo, però, resta pura teoria. Se apriamo gli occhi sulla situazione della giustizia penale e soprattutto sugli istituti di detenzione italiani, la carta costituzionale sembra solo una bella favola raccontata.

L’ Osservatorio permanente sulle morti in carcere, stima che in 15 anni, dal 2000 al 2015, negli istituti di pena italiani siano morti 2.383 detenuti mentre scontavano la loro pena, di questi si contano 850 suicidi, inoltre il tasso di recidività del reato, nel nostro paese,è il più alto d’ Europa, mentre la Campania risulta essere la regione con più recidivi.

Questi dati sono il frutto di un sovraffollamento carcerario disumano che al posto di garantire rieducazione e reinserimento dell’individuo reo, garantisce solo desocializzazione.

L’ istantanea che ritrae questa situazione di totale degrado del sistema carcerario, è la casa circondariale Partenopea di Poggioreale .

Fino all’ anno scorso erano presenti 2.534 detenuti in una struttura che può ospitarne al massimo 1.400, con condizioni igieniche al limite e strutture sanitari completamente inadeguate. Nel carcere molte sono state le denunce di detenuti ed ex detenuti, su presunte violenze fisiche e psicologiche subite nel corso della loro reclusione, perpetuate in un apposita cella, definita dagli stessi detenuti come “cella zero”. Si stima che negli ultimi otto anni, nel carcere napoletano, sono morti 38 detenuti di cui 16 suicidi.

Condizioni di totale illegalità, in netta antitesi con i principi costituzionali e democratici del nostro paese, condizioni queste, denunciate più volte dall’Associazione Radicale “Per La Grande Napoli”, nel corso della lotta per riformare la giustizia.

È palese che la detenzione, oggi, non mira alla rieducazione e al reinserimento del reo nel tessuto sociale, il percorso di espiazione del reato si trasforma in tortura fisica e psicologica.

L’Italia sembra aver perso la direzione maestra, quella dei diritti individuali e delle garanzie che da questi discendono, sembra aver totalmente dimenticato quei principi di Giusliberismo che hanno forgiato il suo sistema giuridico.

In una situazione dove la giustizia non è più armonia sociale, la politica dovrebbe intervenire in maniera netta e decisa per rifondare i diritti e le garanzie, per rifondare la legalità: La buona giustizia dipende dalla buona politica.