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Il caso SIRENA

Scritto da Paolo Donadio Il . Inserito in Succede a Napoli

Pochi sanno perché Sirena (Società per le Iniziative di REcupero di Napoli) la più piccola ed efficiente partecipata del Comune di Napoli abbia chiuso i battenti dopo 12 anni di attività.

Perché il Comune di Napoli, socio di maggioranza, ha le casse desolatamente vuote? Eppure, all’occorrenza, il Comune riesce a trovare i fondi per opere e iniziative a dir poco effimere. E Sirena, tra le partecipate, è quella che costa meno in termini di gestione e personale. La liquidità richiesta per la continuità aziendale era minima, in paragone con le altre e ben più onerose municipalizzate.

Per motivi politici, forse, perché Sirena aveva il marchio del PD e quindi né il Comune né la Regione (socio di minoranza) erano interessati a mantenere in vita una creatura ‘altrui’? Ma Sirena ha conquistato, nel tempo, una reputazione politicamente invidiabile: ha restituito decoro e lustro a una città martoriata da periodiche e inevitabili crisi ambientali che, purtroppo, hanno fatto (e faranno ancora) il giro del mondo. Qualsiasi politico, con un minimo di visione e di sano cinismo, avrebbe fatto carte false per mettere il cappello su una società così produttiva e letteralmente amata dai cittadini napoletani - basta leggere le centinaia di commenti alla petizione lanciata il 15 dicembre 2011 per ‘salvare’ Sirena.

Perché Sirena e i suoi progetti sono in concorrenza con altri attori del settore? Al contrario: Sirena ha garantito continuità e qualità a un settore in piena crisi, ergendosi a baluardo di legalità in una città che vede ogni giorno come il denaro della camorra viene sapientemente riciclato in attività apparentemente ‘regolari’.

Ma allora perché, quali le ragioni della morte di Sirena?

La politica, semplicemente. O meglio: la cultura politica nella sua accezione campana. Non si tratta di riconoscere responsabilità oggettive – sicuramente ci sono – ma in un modus operandi della politica in Campania che mortifica le intelligenze, il dinamismo, la voglia di realizzare e cambiare.

Sirena è morta perché negli ultimi 2-3 anni la negligenza e l’indifferenza politica di Comune e Regione (sia ben chiaro, quindi, di una politica con la ‘p’ minuscola) l’hanno ‘obbligata’ a morire: assemblee dei soci deserte o incomplete, inviti a intervenire che cadevano nel vuoto, Comune e Regione che non riuscivano a incontrarsi (figuriamoci a decidere), promesse di intervento mai mantenute e reiterate a distanza di mesi. La morte di Sirena è stata una morte lenta, per inedia, che è anche costata ai cittadini napoletani – perché l’indecisione costa.

Il caso Sirena ha dimostrato come i tempi della società civile (a questo punto l’aggettivo è quanto mai appropriato) e i tempi della politica locale percorrano dimensioni diametralmente opposte. La rapidità aziendale, del fare, del realizzare, del produrre contro la lentezza, la noncuranza, l’indifferenza di chi ci amministra. Dopo due anni di non-decisione, il rischio del fallimento ha condotto, inevitabilmente, alla liquidazione.

Certo, si è detto che il know how di Sirena non andrà disperso, ma non ci sono le premesse, purtroppo, per credere ad affermazioni del genere. L’antipolitica, la reazione alla miopia amministrativa, nasce anche per un episodio Sirena, che è uno fra tanti (speriamo che non tocchi lo stesso destino anche all’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici, oggi pericolosamente in bilico). I discorsi sui beni comuni sono pura aria fritta, vuota retorica, se poi la politica agisce in questo modo. E chi ha in mano le redini del Comune e della Regione, ogni tanto, farebbe bene a ricordarlo, almeno in campagna elettorale.