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Uomo di Stato, uomo di mafia: chi è Bruno Contrada

Scritto da Mauro Malafronte Il . Inserito in Vac 'e Press

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Notte tra il 4 ed il 5 maggio 1980, Palermo. In questura c’è fibrillazione: l’operazione più importante degli ultimi anni è pronta a partire. Una retata, un vero e proprio attacco a Cosa Nostra. Il questore Vincenzo Immordino chiama uno per uno tutti i funzionari della Polizia per coordinare l’intervento.

Chiama tutti, tranne uno. Anzi, lo chiama, ma per dirgli che nella notte ci sarebbe stata un’operazione per una rivolta carceraria. Immordino non si fida, vuole arrivare ai quaranta arresti senza rischiare che tutto salti per colui che ritiene un possibile informatore dei boss. Quell’uomo, però, non è uno qualunque: è il capo della squadra Mobile di Palermo, Bruno Contrada.
Entra a far parte del Sisde nel 1982 e da quel momento il suo nome entra a far parte della storia delle relazioni tra lo Stato e Cosa Nostra. Nel dicembre 1992 viene arrestato per la prima volta, a pochi mesi dalle stragi di Falcone e Borsellino. Nel 2007, dopo i soliti rimpalli tra Cassazione e Corte d’Appello, la Suprema Corte lo condanna in via definitiva a dieci anni per concorso esterno in associazione mafiosa: esce per fine pena (dopo aver chiesto di uscire prima per malattia e poi tramite grazia) nell’ottobre del 2012.
Concorso esterno, dunque. La fattispecie voluta ed utilizzata da Falcone e Borsellino per colpire la zona grigia, la zona della contiguità e della “connivenza”. Uomo di Stato, uomo di mafia. Questo è Bruno Contrada. Così, nel lontano 1984, lo descrive anche Don Masino Buscetta. Il boss dei due mondi, fondamentale per la costruzione del maxi processo di Palermo, dice di aver saputo dal mafioso Riccobono che Contrada informava quest’ultimo in anticipo delle operazioni della Polizia, come nel caso della mancata cattura di Riina, datata 1981. A parlare dell’agente dei servizi, dei suoi rapporti confidenziali con i boss e dei suoi legami esterni con Cosa Nostra sono anche una serie di altri collaboratori di giustizia, tutti ritenuti attendibili nel corso degli anni: Giuseppe Marchese, Rosario Spatola. E, soprattutto, Gaspare Mutolo, colui che, nei giorni antecedenti a via D’Amelio, parla a Borsellino dei rapporti tra Contrada e altri uomini dei servizi con Cosa Nostra. Mutolo dichiara: “Sino alla prima metà degli anni Settanta, Contrada, insieme ad altri integerrimi funzionari di polizia, Boris Giuliano, Ignazio D’Antone e Antonino De Luca, era per la mafia un nemico da eliminare. C’erano due linee all’interno di Cosa nostra, quella morbida dei boss Gaetano Badalamenti e Stefano Bontade che sosteneva di “avvicinare” i poliziotti e quella dura, del clan dei corleonesi che propendeva per un attacco frontale allo Stato. Ebbi l’incarico di pedinare Contrada per scoprire le sue abitudini. Quando fui scarcerato, nel 1981 Rosario Riccobono mi disse che Contrada era a nostra disposizione. Cosa nostra poteva contare su una miriade di uomini delle istituzioni per ottenere protezioni e per aggiustare i processi.”
La Corte di Strasburgo, lo scorso 14 aprile, ha stabilito che Bruno Contrada non doveva essere condannato per “concorso esterno in associazione mafiosa”. Secondo i giudici europei, infatti, è stato violato l’articolo 7 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo: Contrada è stato condannato in virtù di una fattispecie figlia di un’evoluzione giurisprudenziale successiva ai fatti contestatati. I fatti oggetto della condanna, infatti, risalgono al periodo che va dal 1979 al 1988 , tempo in cui il reato per cui l’ex uomo del Sisde è stato condannato non era “sufficientemente chiaro.” Nulla poena, sine lege, dunque: nessuno può essere condannato “per un’ azione o un’ omissione che, al momento in cui è stata commessa, non costituiva reato secondo il diritto interno o internazionale.»
Contrada, è giusto ricordarlo, viene accostato anche ad altri momenti drammatici della storia dell’antimafia: l’attentato all’Addaura a danno di Falcone, le stragi di Capaci e via D’Amelio. Ed allora è il caso di ricordare i fatti, senza commenti, senza opinioni. La sentenza europea, già oggetto di volgare strumentalizzazione da parte della camorra giornalistica e politica italiana, non cancella i fatti: Contrada ha intessuto rapporti esterni con Cosa Nostra, favorendo il detto sodalizio criminale. E’ un fatto. E’ storia.