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La nuova stagione della sceneggiata: Antonio Ottaiano

Scritto da Gabriele Esposito Il . Inserito in Teatro

OTTAIANO

Il vecchio teatrale napoletano, nel 1919, nonostante il successo delle maschere di Pulcinella e dei vari Felice Sciosciammocca, subì uno scossone dovuto alla nascita della sceneggiata. Questa nuova declinazione artistica, della nostra tradizione, è una rappresentazione teatrale che nasce da una canzone di successo e che si basa su un clichet narrativo imperniato su tre importanti figure: isso (lui, detto anche “tenore”, l’eroe positivo), essa (lei, l’eroina, chiamata “prima donna di canto”) e ‘o malamente (il malavitoso, l’antagonista, il cattivo). Questo canovaccio, che riprende in qualche modo lo stile delle comedie plautine, resta quasi sempre lo stesso, variando nel finale, comunque tragico-sentimentale.

Le radici della sceneggiata possono esser rintracciate in diversi generi musicali. I contenuti derivano dal canto a fronne ‘e limone ed alla canzone di giacca; la struttura della messa in scena, invece, riprende gli stilemi dell’operetta. Un vero spettacolo musicale, costituito da una serie di canzoni in cui la prosa fa solo da, approssimativo, filo conduttore.
Surriento Gentile, di Enzo Lucio Murolo, è la prima rappresentazione di questo genere, in scena il 17 settembre del 1919 al teatro Olimpia di Palermo. È a Napoli, però, che essa ottiene la sua consacrazione. Il pubblico si vedeva coinvolto nelle vicende, così che, nella parafrasi narrativa proposta, trovava le risposte alle domande del quotidiano.
Tra i più illustri interpreti di questo genere, il più popolare e indiscusso re fu Mario Merola, per il quale il popolo tributa ancora onore ed amore, riconoscendogli il ruolo di padre di una città, dove il vicolo rappresenta, molto spesso, il teatro e la scuola dove imparare a vivere la vita.
Orfani di Merola, scomparso da ormai 6 anni, la sceneggiata sembrava non suscitare più il successo di una volta e di terminare nell’oscurità e nell’evanescenza di un ricordo troppo lontano per esser ricordato. Invece, ecco finalmente, Antonio Ottaiano, allievo ed erede designato de “L’urdemo emigrante”, riporta in auge il genere, con una tre giorni, emozionantissima, al teatro “Italia” di Acerra, mettendo in scena “Guapparia” di Vincenzo de Crescenzo.
Antonio Ottaiano, che dirige un cast dal talento indiscusso, veste i panni d‘o guappo “Turillo ‘e San Donato”, protagonista della piece, al suo fianco Anna Capasso, nei panni di “Rosina”, mostra una freschezza e una grazia interpretativa, che permettono un effluvio di sentimenti con il pubblico, che resta catturato dalle vicende amorose della donna, sentendosi trasportati, come per sogno sul palcoscenico.
Il plauso va esteso, giusto rimarcarlo, a tutta la compagnia che permette il ritorno ai fasti della sceneggiata: Mario Aterrano (don Carluccio), Patrizia Camillo (Bettina), Ernesto Martuccio (Franfrellicchie), Gianni Martino (‘O suvararo), Ciro Meglio (don Andrea), Vincenzo Mosca (Armanduccio), Thayla Orefice (Margherita d’a n‘frascata), Francesco Pirozzi (don Vincenzino), Arduino Speranza (Ciuciù) e Ornella Varchetta (Assuntina).
L’amore, l’onore ed il tradimento, rappresentano le tematiche attorno alle quali si sviluppa la poetica della narrazione, come da tradizione, anche se, in maniera molto perspicace Ottaiano modernizza alcuni passaggi, per renderne una migliore comprensione da parte del pubblico, specie quello più giovane, secondo l’ossimoro culturale che vede nella “nuova” tradizione, la possibilità di rendere la cultura più fruibile per i neofiti.
Inoltre, degni di nota le performance di un’orchestra, dal vivo, diretta dal m° Peppe Fiscale, composta da: Nunzio Ricci al pianoforte, Luigi Fiscale al basso, Domenico Fiscale alla batteria, Maurizio Saccone al sax ed Antonio Iniziato al mandolino.
Di grande suggestione e di effetto, esempio dialogico dell’“Angelus Novus” di Walter Benjamin, il prologo della scena, con Jack Otto (Gioacchino, figlio di Ottaiano), ben vestito, entra e come voce narrante fa la parafrasi introduttiva al genere, accompagnando, come un Virgilio, la platea, Dante, nell’universo creativo dell’opera, tracciandone linee guide e mappe storiche, come gli antichi marinai solevano fare prima di compiere un lungo viaggio.
Di padre in figlio, di generazione in generazione, il culto di Napoli può subire degli scossoni, ma i cicli storici vichiani ci insegnano che tutto ritorna, in fondo la vita è un teatro, e la sceneggiata ha ritrovato un suo profeta/sacerdote: Antonio Ottaiano.