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Di antifascismo e di rossi. Di feste e di liberazioni. Di dopoguerra e di ipocrisia italica.

Scritto da Mauro Malafronte Il . Inserito in Vac 'e Press

longanesi1945

Milano, maggio 1945.
Milano è sempre Milano, anche in tarda primavera: temperatura ancora tiepida, sole fiacco. La fine di maggio è prossima, ma ancora l’estate non pare abbia voglia di mostrarsi. Brutto, il clima, a Milano. La capitale morale della futura Repubblica, però, è di un solo colore: rosso.

Si, tutta ad un tratto, Milano si è scoperta antifascista: un brulicare di comunisti, socialisti e cattolici impenitenti riempie la città come mai si è visto prima. Antifascisti dopo la guerra, insomma. Nei bar, nelle strade, ovunque. Il fascismo, a vederli, pare non essere mai passato da qui: “Mussolini, chi?” sussurra la smemorata coscienza italica dopo la resa dei tedeschi.
Proprio in questi giorni di sole e nuvole, di ex neri già convertiti al rossore diffuso, Leo Longanesi va a Milano per motivi di lavoro: è lì per concludere gli ultimi accordi necessari alla fondazione della sua omonima casa editrice. L’arrivo è previsto per le 11, così Montanelli, incaricato di accoglierlo alla stazione, si incammina in largo anticipo. Lungo il percorso si accorge di uno strano pezzo, di quelli anonimi che tanto vanno di moda in quei giorni, su l’Unità. Vi si annuncia l’arrivo di Longanesi a Milano, concludendo: “Purtroppo arriva in ritardo per Piazzale Loreto.” Montanelli, in cuor suo, accantonato il disgusto, cinicamente non può che sperare: se Longanesi lo legge, la giornata sarà un procedere lento ed inesorabile di contumelie, insulti, ingiurie, improperi e irrisioni.
Nemmeno il tempo di pensarlo e, osservando Longanesi nello scendere dal treno, Montanelli si accorge che il buon Leo ha l’Unità accartocciata sotto il braccio: “Vedi qua! Visto cosa scrivono questi mascalzoni?” Così esordisce, agitando vistosamente l’Unità come un ragazzino da “strillo”. Poi continua: “Eh, ma io so chi lo ha scritto! Questo è un porco, un mascalzone che io ho portato da Balbo! Ha vissuto, mangiato e bevuto sulle spalle di Balbo, ed ora leggi un po’ che scrive!!” I pronostici di Montanelli vengono rispettati: si va avanti per ore, Longanesi si sfoga con il vecchio allievo ed amico raccontando vita, morte e miracoli dell’anonimo non più anonimo autore dell’articolaccio. Ed allora: contumelie, insulti, ingiurie, improperi ed irrisioni.
Due giorni dopo, in via Monte Napoleone, i due si incontrano in un caffè molto conosciuto per la colazione: tutti rossi. All’interno, seduti o in piedi, tutti antifascisti. Molti, tipicamente del giorno dopo: mitra al collo, fazzoletti rosseggianti e tanta, tantissima voglia di democrazia. Italiani, insomma. In quel momento entra l’autore del trafiletto incriminato: il giornalista-neopartigiano, quindi redattore de l’Unità, riconosce Longanesi e gli tende la mano, sperando che il suo piccolo pezzo sia sfuggito al destinatario del “pestaggio”. O quanto meno spera che l’anonimato lo abbia salvato dalla barbina rappresentazione che di se stesso ha dato.
Longanesi lo fissa, con uno sguardo che è un misto di rabbia e indignazione. Montanelli, da par suo, inizia a temere il peggio: il contesto partigianesco e l’irascibilità di Leo non lo rassicurano nemmeno un pò. Fa quasi per andare via e chiamare aiuto quando, attonito, vede Longanesi balzare su una sedia e, alla presenza di almeno trenta mitra e fazzoletti rossi, additando l’anonimo non più anonimo autore, urlare a squarciagola: “E’ un antifascista, prendetelo!”