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23 maggio 1992: l’Italia che ama Falcone. Da morto.

Scritto da Mauro Malafronte Il . Inserito in A gamba tesa

giovanni falcone

Il ricordo di Giovanni Falcone è un falso. Uno sfregio. Il 23 maggio, nell’anniversario della sua morte, la commemorazione ha l’odore melenso del’indulgenza nazionale. “L’eroe”, dice Mattarella. A ruota, Matteo e tutto il circo. La litania va avanti inesorabile: la campagna elettorale, dalla Campania al Veneto, è sacra. Ci raccontiamo il martirio, ci vomitiamo addosso citazioni, pensieri e mai la verità.

Di quegli anni, di quell’Italia non vogliamo saperne: troppe ferite, troppo sangue. Attesa la nostra insofferenza verso le commemorazioni di Stato, a prescindere da colore,tema ed annata, sentiamo la necessità di raccontare l’altra messa, l’ennesimo squarcio di un velo ridotto a strofinaccio di legalità: Falcone eroe? Da morto, forse.

Persino Leonardo Sciascia, nel gennaio del 1987, sulle pagine del Corriere della Sera, inveisce contro i “Professionisti dell’antimafia”, aprendo inconsapevolmente la strada alla più indecorosa campagna di delegittimazione della nostra storia:Falcone e Borsellino iniziano a morire lì, lentamente, giorno per giorno, sospetto dopo sospetto, calunnia dopo calunnia. Non antimafiosi contro mafiosi, non puri contro impuri: il 23 maggio deve allora essere il giorno in cui abbiamo tutti il coraggio di osservare la realtà da un punto di vista più laico, perché in quei momenti, in quegli anni, per quei magistrati inizia la stagione dei veleni, delle lotte intestine nel Csm, delle umiliazioni pubbliche, delle vergognose assenze dello Stato. Antimafia contro antimafia, dunque.

“Questo è il Paese felice in cui se ti mettono una bomba sotto casa e la bomba, per pura fortuna, non esplode, la colpa è tua perché non l’hai fatta esplodere.” Eccolo il pensiero di Giovanni Falcone dopo il 21 giugno 1989. Si salva per miracolo: è nel piccolo borgo marinaro dell’Addaura con sua moglie, per lavorare con maggiore tranquillità. Sono le 7,30 e gli agenti della sua scorta rinvengono sulla scogliera una borsa sportiva contenente una cassetta metallica, al cui interno ci sono ben cinquantotto candelotti di dinamite. Ma non esplodono: Falcone si salva, è vivo.

Ed allora il sospetto, l’anticamera della calunnia: lo pensano tutti, fuori e dentro ai partiti, fuori e dentro al Csm. L’attentato è una balla, dicono. Si è piazzato la bomba da solo per fare carriera, affinchè finalmente il Csm lo nomini procuratore aggiunto della Repubblica di Palermo. Riecheggiano le lettere anonime che da mesi circolano nei palazzi di giustizia: gli scritti del “corvo.” Falcone stesso racconta al giornalista Ciccio La Licata le trame nascoste dell’antimafia, le sottili menzogne: l’attentato doveva servire a dare credito alle lettere. “ Si voleva far credere che ero stato un giudice scorretto e schierato dalla parte dei pentiti Contorno e Buscetta e avevo meritato l’omicidio, che sarebbe stato giudicato naturale agli occhi della pubblica opinione. Me l’aspettavo, era nell’aria, sono da tempo nella lista nera, e non nelle ultime posizioni. Per colpirmi, per decidere di colpirmi, per dare via libera agli esecutori, occorrevano due pre-condizioni, un contesto e le informazioni.(…) Ormai da mesi Falcone è superato, non solo nei salotti di Palermo, ma anche nei palazzi; Falcone è rimasto fermo a Buscetta o a quelle rivelazioni; dicevano che Falcone fa archeologia giudiziaria, insegue le ombre di una mafia che non c’è più. Ma non si diceva soltanto questo. Non si possono contare gli scritti anonimi che da Palermo risalivano l’Italia fino al Quirinale, ai segretari dei partiti, alle direzioni dei giornali di opinione. Falcone? Ma si è allineato per amore di carriera. Falcone? Pci, stai attento, è l’uomo di Violante. Falcone? Dc stai attenta, è una quinta colonna del Pci. Questo immenso lavorio sotterraneo aveva l’obiettivo di indicarmi alle istituzioni come un giudice inaffidabile, bisognava sbarrare la strada alla consapevolezza che Falcone non farà mai della funzione uno strumento di lotta politica. Gente in buona fede c’è perfino caduta e ha finito con il dubitare, sospettare, distinguere.”

I filmati di repertorio, le interviste, i giornali di quei giorni raccontano della solita Italia, di quei gattopardi pronti a tornare alla stazione di comando, inafferrabili ed invincibili. Giovanni Falcone lo sa che è morto, ben prima dell’inizio della stagione stragista. E lo sa anche Paolo Borsellino: “Convinciamoci tutti di essere dei morti che camminano”, dice anni prima Ninnì Cassarà all’amico Paolo, mentre si recano sul luogo dell’omicidio del commissario Beppe Montana.

Ed allora è necessario ricordare la natura paludosa delle verità che ruotano intorno alla loro vita lavorativa durante e dopo gli anni del maxi processo. Al netto della campagna elettorale, al netto della balle che ci sentiamo raccontare, tarando le inettitudini e le immancabili mancanze, rimane solo quanto ha dichiarato Matteo nell’unico momento di “vita elettorale” trascorso insieme al candidato non candidabile De Luca: “La camorra si combatte con il lavoro.” Non basta. Serve memoria. Per i più giovani, per i meno interessati, per i non addetti. Occorre riportare al centro della vita pubblica il tema del contrasto culturale, prima che politico ed economico, alle organizzazioni criminali. Per questo va raccontato tutto: Falcone non è semplicemente l’eroe di Stato da idolatrare dopo essere saltato in aria. Il “Falcone morto” non deve più interessarci. Su quel cadavere dilaniato, in questi vent’anni, si sono avventati tutti: sciacalli e non.
La verità è che prima della morte, del contesto in cui questa è maturata, degli autori materiali e dei mandanti occulti, c’è stata la terra, ci sono stati gli uomini, c’è stato un Paese che ha guardato altrove, che ha isolato Falcone, che ne ha consentito un costante linciaggio, che ne ha permesso una sistematica delegittimazione.
In un altro paese, forse, non sarebbe successo. Questo va detto, scritto, urlato.
Per rispetto suo, e di noi stessi.