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Psicofarmaci e droghe leggere a confronto, intervista al dott.re Gaetano Malafronte.

Scritto da Alessandra Mugnolo Il . Inserito in Vac 'e Press

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Parlare di psicofarmaci e droghe leggere non è affatto semplice. Non lo è perché la “primavera” dei sofferenti psichici come quella della legalità tarda ad arrivare: ancora oggi è enormemente umiliante ammettere una patologia psichica come riconoscere che nella criminalità organizzata lo spaccio è un problema sanitario prima che sociale, politico o penale. Con il dott.re Gaetano Malafronte, Psichiatra e Psicoterapeuta di Castellammare, ho provato a creare un gap tra l’utilizzo di psicofarmaci e droghe leggere che apprenderete nella seguente intervista.

Dott.re Malafronte come vengono utilizzati gli psicofarmaci in Italia?
Male, dalla mia esperienza clinica noto due eccessi: l’abuso di psicofarmaci al di là degli schemi terapeutici ed il sottoutilizzo per la stigmatizzazione della patologia psichiatrica e per le scarse conoscenze sui suddetti farmaci da parte del personale medico. Alla base di una corretta prescrizione dovrebbe sempre esserci un rapporto psicoterapeutico tra medico e paziente.
Come mai i terapisti del dolore con la lotta all’oppiofobia stanno riuscendo a nobilitare gli oppioidi ed i psichiatri non ci riescono con gli psicofarmaci?
Nel caso della terapia del dolore, si prenda ad esempio il paziente oncologico, il dolore non è taciuto dal paziente al proprio medico ed intervenire è automatico. La sofferenza psichica non ha una voce così forte a volte non è colta nemmeno dal paziente che sta male ma non razionalizza il suo malessere. Di conseguenza l’intervento tarda ad arrivare.
E quanto vengono utilizzate le droghe leggere in Italia?
Moltissimo, vi è una grandissima diffusione nel nostro Paese. E sempre confermata dalla mia esperienza clinica è il salto dalle droghe leggere a quelle pesanti. I pazienti che ho incontrato in genere cominciano da adolescenti, alla base dell’utilizzo vi è come matrice l’aggregazione sociale ed in genere la moda, da adulti le droghe così come l’alcool vengono ricercati per anestetizzare i problemi della vita. Il percorso del tossicodipendente si articola in tre fasi: la fase cosiddetta di “luna di miele”, il soggetto trae i benefici da parte della sostanza, la fase dello “smetto quando voglio”, il paziente sottostima e non accetta la propria patologia, la fase del “voglio smettere ma non ci riesco”, il paziente vorrebbe smettere ma non ce la fa. Per valutare se effettivamente il paziente è dipendente gli si dovrebbe chiedere di interrompere l’utilizzo della sostanza per 6 settimane. Ma in questo caso parliamo di dipendenza non solo da droghe leggere, ma anche da alcool e soprattutto da psicofarmaci.
E’ vero che l’utilizzo di droghe leggere in alcuni disturbi psichici sostituisce gli psicofarmaci?
Certo, nei disturbi d’ansia, il soggetto tende ad automedicarsi con droghe leggere e alcool, per il facile accesso e per i problemi di cui sopra circa il sottoutilizzo degli psicofarmaci.
Ed è possibile che le droghe possano avere lo stesso effetto terapeutico degli psicofarmaci?
Lo escludo. Le droghe danno un effetto “flash” ma non curativo a differenza degli psicofarmaci.
Lei è favorevole o contrario alla legalizzazione delle droghe leggere?
Il punto di vista non può essere univoco e la mia posizione non può tener conto del fatto che se è vero ed è giusto togliere introiti alle organizzazioni criminali, dall’altra parte c’è il rischio di un abuso ancora maggiore rispetto a quello odierno. Basta creare un parallelismo con la legalizzazione del gioco d’azzardo. Ad oggi la maggior parte dei miei pazienti sono ludopatici. In questi casi è da scegliere il male minore.
E’ vero che un utilizzo eccessivo delle droghe leggere può portare allo sviluppo di patologie psichiche?
Si, è vero per le sindrome dissociative. Il soggetto non si riconosce più in se stesso. Si guarda allo specchio e si chiede se è o meno egli stesso. Parla di sé in terza persona, giusto per farle capire.
Cosa consiglia a chi vorrebbe smettere di fare uso di droghe leggere?
Anzitutto di scegliere una motivazione come ad esempio riuscire nella propria formazione, trovare lavoro etc. Le racconto un aneddoto di quando lavoravo al SERT; mi è capitato più volte di dover comunicare a eroinomani di lunga data di aver contratto la sindrome di AIDS e ricordo che uno di loro trovò la motivazione nel recupero della propria dignità: volle morire da malato, da uomo e non da tossico.
Lei crede che le istituzioni possano fare qualcosa per ridurre l’utilizzo delle droghe leggere?
Certo, il degrado sociale, ambientale e familiare spinge fortemente verso questi espedienti ricreativi. Le politiche sociali possono e devono fare molto.