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Le primarie dei furbi e le primarie dei fessi

Scritto da Mauro Malafronte Il . Inserito in Il Palazzo

primarie pd

Archiviate le regionali, in attesa di interpretazioni più o meno argute della legge Severino, il tema vero all’interno del Pd, e non solo, dovrebbe spostarsi sulle primarie: ingestibilità acuta e permanente, la diagnosi. Il caso ligure? Si, ma non solo. Se il buon senso è andato in prescrizione diverse legislature or sono, il macabro tentativo di indire primarie anche per l’elezione degli amministratori di condominio rischia di rappresentare il più clamoroso degli autogol per la classe politica rottamatrice.

Atteso che lo strumento è nobile, utile e, forse, persino indispensabile, il dato politico è che, per come sono attualmente disciplinate, o meglio non disciplinate, le primarie non sono in grado di svolgere il loro naturale compito: selezionare non solo il candidato di turno, ma piuttosto garantire la possibilità di un ciclico ricambio all’interno del partito. La false tessere di Napoli, i disastri romani e i casi periferici sono sintomatici di un meccanismo inceppato alla radice: insomma, tutto ci dice con estrema chiarezza che l’autoregolamentazione non ha funzionato.
D’altronde, se le primarie, come crediamo, devono essere il mezzo per garantire freschezza alla classe politica, chiedere a quest’ultima di far sì che le primarie funzionino in modo corretto e trasparente pare un grossolano controsenso: per determinate oligarchie, per quei potentati locali che conosciamo ma fingiamo di non vedere, garantire il limpido funzionamento delle primarie non significherebbe solamente autoriformarsi, quanto piuttosto suicidarsi. Di fatto, lo strumento è nuovo, ma è intriso del tanfo maleodorante della vecchia, vecchissima politica.
Ad oggi, l’autoregolamentazione delle primarie è folle: con corpo elettorale incerto, innanzitutto, non si va da nessuna parte. Negli Stati Uniti, per impedire ai repubblicani di inserirsi nelle votazioni democratiche, falsificandone l’esito, sono tenuti elenchi separati. Stessa cosa, ma al contrario, avviene per le primarie repubblicane. Insomma, per chi le primarie le ha inventate, la prima preoccupazione è stata quella di evitare i più banali inquinamenti del voto. Anche in Spagna occorre, per votare alle primarie del partito socialista, essere iscritti al partito sei mesi prima del voto. Primo punto, dunque: le primarie aperte, o semi aperte, o aperte nei fatti grazie ai “signori delle tessere” non possono esistere. I due euro per “iscriversi al voto”, poi, sono un’istigazione a delinquere.
E fortuna che, nel non lontano 2011, Matteo non era ancora in versione Renzie: ma nessuno davvero ricorda le primarie del centro sinistra a Napoli? Piccolo sforzo di memoria: l’attuale europarlamentare Cozzolino (i migliori li esportiamo, come sempre) stravince. Il Pd, però, è costretto ad annullare tutto: “le primarie dell’affluenza record, dei seggi con un voto espresso ogni ventinove secondi”, con tanto di indagini della Dda per le infiltrazioni mafiose. E, per amor di patria, tralasciamo lo svolgimento quanto meno anomalo delle primarie in località meno esposte: Giugliano dice niente? Qualcuno, il solito birichino anarchico annidato in qualche sovversiva procura o redazione di giornale, parlava di trenta euro per ogni voto. Risultato: diecimila e passa voti alle primarie comunali. Solo grande voglia di partecipazione, o altro?
Anche Raffaele Cantone, che proprio sulle primarie giuglianesi ha espresso molte perplessità, è stato piuttosto chiaro: "Le primarie - disse prendendo spunto da un episodio accaduto a Ercolano in occasione delle primarie democratiche per la scelta del sindaco - sono uno strumento giustissimo, fondamentale per la democrazia soprattutto quando si tratta di scegliere candidati per enti locali.” Occorre, allora, prevedere una disciplina normativa che le regolamenti per davvero. È necessario che si “veda prima”, non serve intervenire post. Regolamentare per legge le primarie significa innanzitutto fare in modo che le lo strumento di selezione dei candidati a sindaco, alla regione, alle segreterie locali e nazionali funzioni davvero, rappresenti finalmente quello che in origine avrebbe dovuto rappresentare: un nuovo collettore tra base e classe politica, un nuovo propulsore di intelligenze ed energie presenti sui territori. Nulla, o quasi, è andato in tal senso finora.
I candidati che vi partecipano, in caso di sconfitta, gridano ai brogli. O si tutelano denunziando i “brogli preventivi.” Altri prima partecipano, poi si candidano contro il candidato del proprio partito, vincitore delle primarie cui tutti insieme hanno partecipato . Così, non va. Ed è chiaro a tutti. L’introduzione di un contratto di natura privatistica che, ante elezioni, vincoli i partecipanti ai risultati delle primarie interne, pare una soluzione interessante, ma non risolutiva. O meglio con diverse controindicazioni di cui è giusto tener conto. E se lo sconfitto, gridando ai brogli, si vuole candidare contro il partito? Paga una multa, possibilmente salata.
Il rischio, però, è che i peggiori ceffi circolanti nei partiti, in tutti i partiti, compreso il Pd, inizino a sventolare pezzuole con i colori della bandiera della pace, inneggino alla rivoluzione proletaria e si mostrino come gli unici strenui difensori della caracollante democrazia italica. Cose già viste, purtroppo, dalle nostre parti. Per evitare il susseguirsi estenuante e miserevole di “primarie dei furbi e primarie dei fessi”, occorre un intervento legislativo profondo, complesso, che colga le mille sfaccettature dell’istituto. Privatamente, ad ora, non vediamo strade ricche di soddisfazioni. L’etica pubblica, per legge, non si istituisce, figurarsi per accordi interni tra candidati e partiti.