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Gli Organismi Democraticamente Modificati e il voto a cinque stelle

Scritto da Mauro Malafronte Il . Inserito in Vac 'e Press

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Sembra passato un secolo, ma non è così: “Fascisti”, strepitavano. L’approdo in Parlamento del Movimento Cinque Stelle, da sinistra, venne categoricamente bollato e derubricato in quota imbecillità, grettezza, ignoranza. Il Pd compatto, per quanto possibile, ci ricordava un giorno sì e l’altro pure che il totalitarismo 2.0 aveva le fattezze del blog, la barba di Beppe Grillo e, soprattutto, la parrucca di Casaleggio.

E’ bastato, dopo pochi mesi, vedere Casa Pound in piazza con la Lega del Matteo felpato, per ricordare a tutti come stavano realmente le cose. Eppure la sufficienza, l’arroganza, la superficialità con cui una certa “intellighenzia” tratteggia i contorni del voto “antipolitico” lascia esterrefatti: cretini, gli altri; menti finissime, loro. Sappiamo bene, però, che questo atteggiamento, questo concepire perennemente la controparte come intellettualmente inferiore, è costato al Paese vent’anni, o quasi, di Berlusconi. Se censire il bacino elettorale del Movimento è impossibile, non lo è altrettanto ricordare quanto accaduto in Campania nelle ultime elezioni regionali: primo partito. Il mantra dei cinque stelle, da Di Maio in giù, è questo. Il Pd complessivamente ottiene meno consensi rispetto al 2010, nonostante Renzi e, soprattutto, Caldoro. A Napoli, poi, i pentastellati raccolgono in cifre assolute più voti degli avversari: sia a Bagnoli che a Fuorigrotta si è riscontrato un vero e proprio exploit del Movimento. E’ arrivato anche il primo sindaco a cinque stelle in terra campana: Rosa Capuozzo che, a Quarto, ha vinto il ballottaggio. Tutti fascisti? O tutti, citando B, coglioni?
Le responsabilità politiche del Pd campano, in tal senso, sono palesi: il partito è ancora a “porte chiuse”. Lo dimostrano le finte primarie; lo dimostra il “ritiro” del candidato renziano, Gennaro Migliore; lo dimostra la presenza ingombrante di Cozzolino; lo dimostra, infine, De Luca stesso: l’impresentabilità, a dire il vero, non è fatto di legge. Ma di opportunità politica, si. Eppure vecchie e nuove volpi democratiche hanno portato avanti la battaglia della vera, ultima frontiera della lotta politica: dalla questione morale, alla questione im-morale. Organismi democraticamente modificati, i piddini: abolizione dell’orrore del vitalizio (2.500euro mensili) ai consiglieri regionali? Abbandono “democratico” delle periferie? Riutilizzo dei beni confiscati alla camorra? Chi lo dice fa antipolitica. Si, perché il grillino “è moralista, è fesso, è ignorante.” Non conosce, non discute, non dialoga. Non tratta, soprattutto. Moralisti i grillini o il problema esiste per davvero? L’intellighenzia, sul punto, tace.
E allora, per i democratici, storicamente moralisti con il culo degli altri, non c’è niente di peggio che il voto grillesco, bollato come un po’ insensato, un po’ disinformato e certamente di protesta. Ma le ragioni del voto, per quanto molteplici, per quanto variegate, sono manifeste: gli under trenta, in Campania come ormai in gran parte d’Italia, votano Cinque Stelle. Questo è un dato di fatto. E, fin quando le primarie democratiche continueranno ad essere uno strumento nelle mani dei potentati locali, non svolgendo quello che è il loro naturale compito, persino le folli parlamentarie on line sembreranno essere qualcosa di più serio, più onesto, più dignitoso.
Ridurre il voto a cinque stelle alla mera logica antipolitica, considerare il Movimento alla stregua di una tribù settaria e minoritaria è un errore politico, prima che culturale: se i giovani vanno al seggio, al netto delle immense percentuali di astensione, in gran parte c’è lo zampino dei pentastellati. E se dopo cinque anni di non governo targato Caldoro, il Pd non riesce che a candidare De Luca, zavorrato da un macroscopico deficit di legittimazione politica, in termini di opportunità e tempistiche, davvero ci si può permettere il lusso di provare meraviglia per la crescita del Movimento Cinque Stelle? La verità è che in determinate fette di Campania, ci sono solo loro, e ci sono da tempo: meetup, gruppi sul territorio, campagne elettorali fatte nei condomini dell’agro aversano o dell’hinterland napoletano. A costo zero, o quasi. Il che, dati i tempi, non guasta. La politica giovanile, poi, rappresenta la feritoia attraverso la quale è possibile osservare concretamente lo smottamento di prospettive: ancora una volta la provincia ci dice con precisione quello che sta avvenendo, perché i partiti tradizionali, elezione dopo elezione, sono morti. Ed i giovani reclutati da questi pseudo uffici di collocamento sono palliducci.
Il tentativo sublime ed incestuoso non è il dialogo, ma la conversione. L’intransigenza scambiata per poca furbizia è la sintesi perfetta di un’incomunicabilità voluta, cercata, ostentata. Da entrambe le parti. Eppure è proprio a livello giovanile che si potrebbe tornare a discutere di cose,idee,progetti. Non di cariche, non di elezioni, non di culi e di poltrone. L’infantilismo politico mostrato dal gruppo direttivo dei cinque stelle negli scorsi anni, vedi la partita del Quirinale che portò alla rielezione di Napolitano, ci dice anche questo: dal punto di vista politico manca una generazione capace di dialogare su temi di prospettiva, di raccordo. Cosa potrebbe rappresentare un primo terreno di incontro tra forze riformiste e Movimento? La gestione dei fondi europei, ad esempio, invertendo la rotta dopo il disastro degli ultimi anni; e il riutilizzo dei beni confiscati alla camorra, ricordando che la Campania è, dopo la Sicilia, la regione italiana con il maggior numero di beni ed aziende sotto sequestro o confisca.